domenica 23 settembre 2012

150.000

Bando alle ciance, andiamo al dunque: questo è un resoconto amatoriale - a livello soprattutto emozionale - del concerto al Campovolo di Reggio Emilia del 22 settembre 2012, in favore delle terre colpite dal terremoto di maggio scorso. "Italia loves Emilia" è stata un'esperienza senza pari, oltre che il mio primo concerto all'aperto. Mi sono recata sul luogo del delitto alle quattro di ieri pomeriggio, con due mie amiche e i genitori di una di queste. Avendo parcheggiato in centro non abbiamo dovuto fare molta coda, ma c'erano davvero le 150.000 persone di cui avevo sentito parlare. Carpi, Correggio e Reggio Emilia insieme, facendo due calcoli. Solo che erano rappresentate sette regioni diverse. Abbiamo aspettato tre ore sui plaid aspettando le ore venti, scambiando le carte da scala con altri gruppi di persone e facendoci le foto con l'Ipad. Abbiamo mangiato i nostri panini e ci siamo rimesse le scarpe, abbiamo ripiegato le stuoie e ci siamo alzate in piedi. Sembrava che di colpo fosse calata la notte, c'era buio pesto e il cielo era coperto di nuvole che minacciavano pioggia. Eppure ero certa che non sarebbe venuto giù il mondo, non quella sera. C'era un'atmosfera indescrivibile, il calore e l'interessamento del nostro Bel Paese era veramente palpabile. Ce l'hanno ripetuto i grandi interpreti della canzone italiana uno dopo l'altro, che eravamo benedetti. Beati. Perché eravamo lì, non tanto perché avevamo comprato il biglietto e la maglietta e la bandana, - strabella! - ma perché ci siamo uniti per dare speranza a una nazione che sembra cadere a pezzi in ogni angolo e in ogni suo componente. E noi ci siamo presi su, invece, dimostrando che nulla è perduto, che tutto può essere rimesso in piedi. Noi per primi, proprio noi, modenesi, ferraresi e mantovani eravamo nel giardino del Liga, incollati alla radio o sul canale di Primafila in onda su Sky. E ci tenevamo davvero, di questo sono convinta. Abbiamo cantato a squarciagola per cinque ore, e nonostante ci dolessero le corde vocali abbiamo continuato: era qualcosa che andava ben oltre il nostro fisico e le nostre capacità canore(io per prima sono stonatissima!), eravamo un unico corpo unito per risollevare una regione devastata ma pronta a tornare alla carica. Abbiamo tenuto botta, arrivando al Campovolo. Spazio che dopo ieri sera potrebbe diventare la nuova Woodstock, essendo un luogo ampio come pochi in Europa. Dove stavo io eravamo abbastanza larghi, ci stava altra gente. La dimostrazione del rispetto e la passione della gente è stato lo svolgimento sereno dell'iniziativa e l'efficacia della Security e del servizio assistenza ai disabili; con così tante persone c'era da aspettarsi qualche disagio. Eppure non ho sentito lamentele su Radio Bruno, tra un sonnellino e l'altro, sulla via del ritorno. E' stato un evento memorabile, il più grande d'Italia. Artisti straordinari, tra cui svettavano (per me), Nomadi, Fiorella Mannoia e Litfiba. Un solo grande cuore che palpitava nella notte, contro chi vuole toglierci la forza di andare avanti, contro la mafia che minaccia gli appalti per la ricostruzione, contro la degenerazione del nostro sistema politico che rischia di intascarsi i profitti di un Concertone mai visto entro i confini della nostra bella penisola. Un inno al coraggio e all'orgoglio di noi gente di pianura, laboriosa e colma d'amore e di aspettative e progetti per il futuro. Che dire? Avevo racimolato pessimismo verso quest'Italia così arretrata e di strette vedute, ma forse mi sbagliavo. C'è gente disposta a cambiare, a fare uno sforzo per crescere.
Dal punto di vista meramente musicale, ho preferito i duetti di Jovanotti ai brani che ha scelto di cantare da solo, a parte "Amico mio" con Zero che mi ha fatto emozionare. Anche Ligabue era un po' afflosciato, secondo me. Grandi Negramaro e "Titti" Ferro. Ho riscoperto la bellezza della musica leggera, anche se sarò sempre per il buon vecchio rock d'oltre Manica e d'oltre Oceano.
Tesori miei buonanotte, vado a levarmi l'odore di canna dai capelli (cit.).

lunedì 10 settembre 2012

Come Olivia Newton-John alla fine di Grease?

E' da due anni che volevo farmelo fare, e finalmente mia madre ha acconsentito. Come se non fossi già abbastanza fortunata, appena ha conosciuto le mie intenzioni, mia zia mi fa: «No problem, te lo regalo io per il tuo compleanno». Sto parlando del piercing, naturalmente. Avevamo deciso per sabato pomeriggio, prima che iniziasse "Carpi c'è" - che, a proposito, è stata la notte bianca più riuscita e fruttuosa della mia ancor giovane parabola, dato che non solo la mia città ha dimostrato di avere la voglia e le capacità per riprendersi, ma anche alcuni rapporti di amicizia sono come "rinati". Invece la zia mi sveglia alle nove per dirmi che ci viene a prendere - a me e alla mamma - alle dieci e mezza per essere là alle undici. Sul momento mi è venuta una strizza pazzesca: non me l'aspettavo! Poi però siamo arrivati e mi hanno messa in coda, mi hanno spiegato tutto l'aftercare, mi hanno fatto scegliere il gioiello, e mi hanno bucato il naso. Che bello, mi sta proprio bene(con tutto che son pure modesta)! Dello studio dove sono stata - Tattodrome, in Galleria Politeama n. 7 a Correggio - mi ricordo soprattutto una coppia di trentenni, due genitori vistosamente tatuati, con questo cucciolo d'uomo biondino tutto vestito di nero con il suo coniglietto di pezza. Che dolce che era!
Come si può prevedere dal titolo di questo post, non voglio però parlarvi del mio piercing, ma farvi un analisi tematica del celebre musical "Grease", divenuto un cult presso i giovani e i meno giovani di ieri e di oggi. Attraverso la mia tormentata vicenda, si potrebbe dire. Durante le ultime tre settimane di agosto ho convissuto con mia nonna, nella sua casa in provincia di Trento. Ha cercato incessantemente e senza esclusione di colpi di farmi cambiare idea, ma finalmente si è data per vinta dicendo: «Ho provato a far ragionare anche tua cugina, ma non mi ascoltate quando parlo». Tipico degli anziani lamentarsi di non essere ascoltati, e di non contare più niente. Il mondo va tanto velocemente che sono certi di rimanere indietro, o di essere dimenticati. Ne sono talmente convinti che è difficile spiegare loro come mandare un messaggio, perché si mettono i bastoni tra le ruote da soli, con frasi del tipo: «Sono vecchia, non ci arrivo». Queste cose le ho scritte nel mio primo saggio breve della scorsa stagione scolastica, sugli anziani nelle megalopoli di oggi, appunto. Ho preso un voto discreto, anche se non me lo ricordo. La nonna non è stata l'unica a fallire nel tentativo di farmi odiare l'arte di "fare del tuo corpo quello che vuoi"(per citare una nota pagina di Facebook per maniaci della body modification, tatuaggi, body piercing e non solo...). Mio cugino quattordicenne, che tra una settimana mi affiancherà nel mio primo viaggio in corriera dell'anno scolastico, ha utilizzato tesi molto più persuasive, e in parte assai corrette, il che dimostra che mi conosce molto bene. La più originale riguarda proprio Grease: «Ma Strummer, ti ho capito, sai? Tu vorresti essere come Olivia Newton-John alla fine di Grease, mentre sei quella all'inizio».
Non potevo accettarlo, lei è così ingenua appena sbarcata nella nuova scuola! E poi le tonalità pastello del suoi golfini - e i golfini stessi - non fanno per me, accidenti! Ma ho inteso il significato occulto delle parole del mio cuginetto: - ottimo regista, squisito cameraman, ma un troppo poco open-minded per i miei gusti - sono più acqua e sapone che rockettara senza principi e interessata esclusivamente a stare dall'altra parte, ovunque sia. Mi sembra comunque opportuno difendere la dolce Sandy: fin troppe persone disprezzano la sua trasformazione finale, nella mia famiglia. Innanzitutto, prima della sua ultima entrata in scena, era senza dubbio un'ingenua studentessa che veniva presa di mira dalle altre ragazze, e schernita da Rizzo, che è una via di mezzo tra la donna in nero che balla "The one that I want" con John Travolta e la pallida ragazzina in gonnella che cantava della sua storia estiva con un Danny Zucco che non aveva ancora scoperto tutte le sue carte. In secondo luogo, anche Danny era deciso a mettere da parte l'anima ribelle per stare insieme a lei. Entrambi hanno cambiato il loro modo di essere per il proprio oggetto d'amore, il ché è semplicemente un gesto bellissimo, e non mi sembra che ci voglia una laurea per capirlo.
No, non sarò Olivia Newton-John alla fine di Grease, ma una cosa abbiamo in comune: proprio come lei, rischierò di essere giudicata per un particolare fisico, per qualcosa di innaturale che ho aggiunto all'ultimo alla mia figura. Non ditemi che sbaglio, non sono mica nata ieri. Ci sono ancora troppi pregiudizi su questo tipo di accorgimento, e la gente non riesce a rendersi conto che è solo un gioiellino, un brillantino su una narice. Ci sono persone che ritengono che il tuo corpo debba essere preservato nel suo naturale sviluppo, e che addirittura un orecchino supplementare sia sinonimo di inaffidabilità e di morbosità, quasi di cattiveria. Quasi che fossi l'uomo nero della favola. Hanno il diritto di avere le loro idee, ma tutti devono pretendere rispetto,qualsiasi differenza li separi dalla massa. E anche questa non è un'uscita particolarmente geniale. Sto mettendo le mani avanti perché sono stata avvertita da alcuni amici che rischio di perderli se i genitori dovessero venire a sapere del mio piercing. Se queste persone leggessero questo post, faccio appello al loro buon senso; sono sempre la stessa ragazza. Dopo domani la mia sorellina si farà il terzo buco, pagandoselo da sola; un po' posso prendermi il merito di questa benefica influenza, ma è ancora piccola e un buco in più non rovinerà la sua immagine, come non succederà a me.
Grazie per esservi lasciati annoiare,
per sempre vostra,
                         Strummer.