Bando alle ciance, andiamo al dunque: questo è un resoconto amatoriale - a livello soprattutto emozionale - del concerto al Campovolo di Reggio Emilia del 22 settembre 2012, in favore delle terre colpite dal terremoto di maggio scorso. "Italia loves Emilia" è stata un'esperienza senza pari, oltre che il mio primo concerto all'aperto. Mi sono recata sul luogo del delitto alle quattro di ieri pomeriggio, con due mie amiche e i genitori di una di queste. Avendo parcheggiato in centro non abbiamo dovuto fare molta coda, ma c'erano davvero le 150.000 persone di cui avevo sentito parlare. Carpi, Correggio e Reggio Emilia insieme, facendo due calcoli. Solo che erano rappresentate sette regioni diverse. Abbiamo aspettato tre ore sui plaid aspettando le ore venti, scambiando le carte da scala con altri gruppi di persone e facendoci le foto con l'Ipad. Abbiamo mangiato i nostri panini e ci siamo rimesse le scarpe, abbiamo ripiegato le stuoie e ci siamo alzate in piedi. Sembrava che di colpo fosse calata la notte, c'era buio pesto e il cielo era coperto di nuvole che minacciavano pioggia. Eppure ero certa che non sarebbe venuto giù il mondo, non quella sera. C'era un'atmosfera indescrivibile, il calore e l'interessamento del nostro Bel Paese era veramente palpabile. Ce l'hanno ripetuto i grandi interpreti della canzone italiana uno dopo l'altro, che eravamo benedetti. Beati. Perché eravamo lì, non tanto perché avevamo comprato il biglietto e la maglietta e la bandana, - strabella! - ma perché ci siamo uniti per dare speranza a una nazione che sembra cadere a pezzi in ogni angolo e in ogni suo componente. E noi ci siamo presi su, invece, dimostrando che nulla è perduto, che tutto può essere rimesso in piedi. Noi per primi, proprio noi, modenesi, ferraresi e mantovani eravamo nel giardino del Liga, incollati alla radio o sul canale di Primafila in onda su Sky. E ci tenevamo davvero, di questo sono convinta. Abbiamo cantato a squarciagola per cinque ore, e nonostante ci dolessero le corde vocali abbiamo continuato: era qualcosa che andava ben oltre il nostro fisico e le nostre capacità canore(io per prima sono stonatissima!), eravamo un unico corpo unito per risollevare una regione devastata ma pronta a tornare alla carica. Abbiamo tenuto botta, arrivando al Campovolo. Spazio che dopo ieri sera potrebbe diventare la nuova Woodstock, essendo un luogo ampio come pochi in Europa. Dove stavo io eravamo abbastanza larghi, ci stava altra gente. La dimostrazione del rispetto e la passione della gente è stato lo svolgimento sereno dell'iniziativa e l'efficacia della Security e del servizio assistenza ai disabili; con così tante persone c'era da aspettarsi qualche disagio. Eppure non ho sentito lamentele su Radio Bruno, tra un sonnellino e l'altro, sulla via del ritorno. E' stato un evento memorabile, il più grande d'Italia. Artisti straordinari, tra cui svettavano (per me), Nomadi, Fiorella Mannoia e Litfiba. Un solo grande cuore che palpitava nella notte, contro chi vuole toglierci la forza di andare avanti, contro la mafia che minaccia gli appalti per la ricostruzione, contro la degenerazione del nostro sistema politico che rischia di intascarsi i profitti di un Concertone mai visto entro i confini della nostra bella penisola. Un inno al coraggio e all'orgoglio di noi gente di pianura, laboriosa e colma d'amore e di aspettative e progetti per il futuro. Che dire? Avevo racimolato pessimismo verso quest'Italia così arretrata e di strette vedute, ma forse mi sbagliavo. C'è gente disposta a cambiare, a fare uno sforzo per crescere.
Dal punto di vista meramente musicale, ho preferito i duetti di Jovanotti ai brani che ha scelto di cantare da solo, a parte "Amico mio" con Zero che mi ha fatto emozionare. Anche Ligabue era un po' afflosciato, secondo me. Grandi Negramaro e "Titti" Ferro. Ho riscoperto la bellezza della musica leggera, anche se sarò sempre per il buon vecchio rock d'oltre Manica e d'oltre Oceano.
Tesori miei buonanotte, vado a levarmi l'odore di canna dai capelli (cit.).