venerdì 28 giugno 2013

Inno a Venere (De rerum natura - Lucrezio)

nàm tu sòla potès | tranquìlla pàce iuvàre
mòrtalìs, | quoniàm bellì | fera moènera Màvors
àrmipotèns regit, ìn | gremiùm qui saèpe tuùm se
rèiicit aèternò | devìctus vùlnere amòris,
àtque ita sùspicièns | teretì cervìce repòsta
pàscit amòre avidòs | inhiàns in tè, dea, vìsus
èque tuò pendèt | resupìni spìritus òre.

Infatti tu sola puoi giovare ai mortali con una tranquilla pace, perché le feroci occupazioni della guerra (le) governa Marte bellicoso, che spesso si abbandona sul tuo grembo, vinto dall’eterna ferita d’amore, e così levando lo sguardo, reclinato il morbido [ben tornito] collo, nutre d’amore gli avidi sguardi, anelando a te, o dea, e dalla tua bocca pende il respiro (di lui) abbandonato (su di te).


Mi sento enormemente ispirata da questi versi, quest'oggi. Devo ammettere di aver studiato il "De rerum natura" di Lucrezio in modo molto apprassimativo, pressocché solo ed esclusivamente in italiano, eppure l'"Inno a Venere", che ne costituisce il proemio, me lo ricordo ancora. Persino la lettura in metrica, che ho così fortunatamente trovato su internet. E questo grazie all'immagine che mi ha comunicato, così netta, semplice, quanto intensa. Un uomo - un dio - in grembo alla sua donna - anch'essa divina. Da quando ho studiato con tanta leggerezza questo passo, questo quadretto tanto basilare mi è sempre venuto in mente, ogniqualvolta guardavo un film d'amore, o che fantasticavo ad occhi aperti su ragazzi che vedevo in giro, belli per carità, ma per cui non esistevo nemmeno.
Questa scena fa parte di quei desideri non realizzati che Freud diceva si concretizzassero nei nostri sogni notturni. Di per sé è banale, ma diventa scontata, perde d'importanza quando ti accorgi che a te una cosa del genere, completa di quella "eterna ferita d'amore" e di "avido sguardo" con capiterà mai. Perché è troppo sublime, è realmente qualcosa di alto, intoccabile, che ha a che vedere con l'arte, con la suprema forma di umanità.
Ebbene, mi sbagliavo. Per me, questi pochi versi, incompleti, perfetti, hanno assunto un significato più importante ancora. Più di un ricordo, più di un'esperienza. Si sono tramutati in una specie di legame, più solido dell'adamantio e della tela di Spiderman(dovrete farci l'abitudine, alle mie metafore nerd).
E' successo che ero con Pan, che era parecchio stanco, e mi sono messa a cullarlo come al solito. Al ché mi è venuta in mente la scena di Venere e Marte. Così gli ho chiesto perché gli piacesse tanto starmi in grembo, e lui se ne esce con la storia di Marte e Venere. Non si può immaginare quanto fossi felice nel momento in cui ho capito di cosa stesse parlando, tant'é che l'ho anche interrotto, quasi per completare la citazione. C'è un'empatia, una sincronia tra noi come non l'ho mai sperimentata con nessun altro. All'inizio la buttavo sul ridere, dicendo: «Massì, abbiamo un neurone solo in comune!». Dopo questo episodio, però, sono rimasta basita.
Esiste veramente qualcosa di tanto potente da legare in questa maniera due persone. E' invisibile, raro, ma quando si presenta stupisce tutti.
L'Amore ci rende uomini, e non è un caso che per i Greci dell'antichità Afrodite fosse anche la dea della Bellezza. Siamo umani non solo perché siamo in grado di amare - sappiano i chimici che non crederò mai che sia solo una questione di concentrazioni ormonali nel sangue! - ma anche e soprattutto perché comprendiamo la Bellezza, che guardacaso è la colonna portante dell'arte. E senza l'arte, senza la letteratura, l'archittettura e così via, saremmo animali fino in fondo. Grazie a Venere siamo sì animali nei nostri istinti, ma anche primati capaci di guardare il mondo con occhi diversi. Riusciamo a vedere la forma della scultura quando è ancora imprigionata nel blocco di marmo, solo perché abbiamo Amore per le cose belle, come diceva Platone. Siamo esseri grezzi che si rendono conto della propria bassezza e che cercano di possedere il bello.
La mia autostima è notevolmente aumentata negli ultimi mesi, quindi Platone ha sbagliato qualche calcolo secondo me.

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