Inizio con un racconto che farà parte dell'ebook "Cicatrici" di Barabba.
http://barabba-log.blogspot.com/2011/07/cicatrici-un-ebook.html
(Posizione)
caviglia sinistra.
(Cause)
Iniziamo dal principio: sono nata prematura, di sette mesi, otto etti. Il medico appena mi vide uscì dalla sala parto e disse, a parer mio ridendo: «Non se ne fa neanche un polpettone».
Mi hanno sempre voluto tutti molto bene, anche se gli avevo fatti preoccupare moltissimo all'inizio, visto che mi ero messa in testa di non crescere più. Ho avuto un sacco di guai da bimba: polmonite, crisi respiratorie, un attacco epilettico, ma il nonno aveva profetizzato che sarei cresciuta grande, alta e forte, me lo ripetono tutt'ora.
Fatto sta che però c'era qualcosa che non andava con i muscoli del lato sinistro del mio corpo, con la postura. Hanno provato a spiegarmi come dovevo camminare in tutti i modi, ma io ero piccola e, ve lo dico in tutta franchezza, non capivo un fico secco. Quando ritennero che fossi abbastanza grande per comprendere le necessità del mio fisico vivevo a Parigi, città la cui bellezza solo ora, a sette anni da quando l'ho lasciata, riesco a percepire. Chiamarono in casa nostra un fisiokinesiterapista di nome Philippe LeDuc, Filippo il Duca, giocherellone e simpatico. Lo facevo arrabbiare sempre, perché non mi impegnavo abbastanza. Era buono con me. Mentre la mia vita sociale crollava sotto il peso del mio pessimo carattere, andammo a trovare un dottore, il Professor Sorrange. Era uno con la puzza sotto il naso, un professore universitario, molto qualificato per il suo lavoro. Siamo andati da lui in ospedale tre volte in un anno, e a fare i raggi, e intanto iniziai la terza elementare.
Dovete sapere che in Francia ogni anno le classi cambiano, si cambiano i compagni e le insegnanti. Feci amicizia con un bambino di colore di nome Tousaint, perché nato la notte di Ognissanti. Era simpaticissimo, me lo ricordo, e per di più era una delle pochissime persone che andavano d'accordo con la mia migliore – e unica fino a quel momento – amica, Stéphanie: carattere complicato, temperamento violento e perversione a otto anni. Ora capisco perché stavamo sempre insieme: eravamo uguali, insopportabili e strane. Loro due e Kim, il ragazzino per metà italiano che mi piaceva, facevano sempre un sacco di domande sulle cicatrici che ho sul collo, quelle lasciate dai tubi dell'incubatrice. Ma l'ultima cicatrice che ricordo stava per arrivare. Mi operarono di venerdì. L'intervento prevedeva l'allungamento del tendine d'Achille. Vennero i nonni a stare da noi, mia madre mi regalò il peluche elettronico di un micio che faceva le fusa. Mi sono incazzata con i medici per avermi ricoperto il gesso con delle strisce di tessuto imbevute di colla; accidenti, io volevo le scritte dei miei amici!
Pazienza, non potevo appoggiare il piede, ma farsi portare in spalla dal nonno su per le scale della scuola era una figata! Non potevo andare in piscina con gli altri bambini, mi annoiavo a starmene da sola in una classe, controllata a vista da un'insegnante di quinta con lo sguardo cattivo e dai suoi alunni giganteschi. E anche quando potevo camminare senza l'uso delle stampelle mi sentivo ridicola con quella scarpa enorme a coprire il gesso.
Ora non è rimasto altro se non questa cucitura, che mi ricorda momenti di solidarietà e tenerezza.
(Conseguenze)
Zoppico, ma questo lo facevo anche prima. Sono imbranata, ma tanto ci rido su con le mie amiche e faccio quel che posso in ginnastica – ho sette in pagella, Wow!! Col tempo sto cercando di ricordarmi di mettere sempre il piede dritto, e di stare dritta con la schiena. Sono migliorata anche a livello di relazioni; in realtà mi sforzo un sacco per non sbraitare dietro a certe oche.
E' incomprensibile il fatto che non mi sia posta il problema prima. Adesso mi faccio un sacco di pare, le mie amiche dicono che mi devo preoccupare meno delle cose. Ecco, quando ero piccola non pensavo a niente e andavo avanti e non me ne fregavo niente persino di me stessa. Ora cerco in tutti i modi di controllare il mio modo di pormi con le persone, ma alla faccenda della gamba faccio ancora fatica a pensarci, non sono abituata. Sono un po' come Achille, che era invincibile tranne che per il tallone. Con qualche differenza: la mia parte “debole” è un tantino più estesa, ma forse io ho avuto un po' più di culo. Già, io adesso mi rendo conto del mio punto debole, e non permetterò a Paride di mettermi in difficoltà.