venerdì 22 luglio 2011

"Malinconica" e "A Omar"


Malinconica
vado per il mio giardino
accarezzando con le dita
le rose di sangue
.
per cicatrizzare
il dolore della mia solitudine.




Eravam piccini,
si giocava spesso,
si piangeva per un niente.
Nel cortile mi lanciava una palla
la biondina, e così io a lei.
Di soppiatto eccoti,
a tirarle i fili d'oro,
a farla gridare.
Si sentivano due urla solo per un attimo:
giungeva poi il riso,
limpido, sereno, vero,
una pioggerella d'estate.


Eravam piccini,
non c'era sospetto nelle nostre pupille,
nessuna antipatia nelle voci cristalline.
Non c'importavano gli occhi a mandorla,
la goffaggine, la lingua aggrovigliata...
A triangolo volava la palla,
e questo ci bastava.
 

La prima poesia è stata collegata tra i finalisti del "Premio Scafati" Edizione 2010. 26° Trofeo Nazionale di Poesia e Narrativa del Ragazzo. La Seconda è stata premiata tra i finalisti del Concorso indetto dalla Città di Carpi, "Nati per Vincere?", sul tema della disabilità.

La Poesia ne "L'attimo fuggente"

Relazione che sono stata costretta a leggere in classe da una prof. adorante che non ha ancora capito che la odio...

"Andai nei boschi perché volevo vivere con saggezza e in profondità e succhiare tutto il midollo della vita, sbaragliare tutto ciò che non era vita e non scoprire in punto di morte che non ero vissuto". Con questi versi di Henry David Thoreau si apre ogni riunione della Dead Poet Society, la società del poeti estinti, il titolo originale di questo film di Peter Weir. Protagonista è un gruppo di ragazzi di una scuola privata maschile degli Stati Uniti d'America che, incoraggiato dal nuovo professore di lettere, ma soprattutto incuriosito dai suoi poco ortodossi metodi di insegnamento, ricrea questa setta. Il professor John Keating, che in gioventù era stato membro della stessa setta, trasforma ogni lezione di poesia in una piccola lezione di vita. Egli fa continuamente riferimento ai versi di Walt Whitman, facendosi per esempio chiamare "Capitano, mio Capitano", primo verso del poeta in una lirica che esprime lo sconforto per la morte di Abramo Lincoln. Grazie al suo carattere aperto e confidenziale, Keating trasforma la poesia in un ponte verso un'esistenza tanto consapevole quanto intensa. Oltre al celebre verso di Orazio "Carpe Diem", che sintetizza il nostro detto "Non rimandare a domani quello che potresti fare oggi", perché "lo steso fiore che sboccia oggi, domani appassirà", molte altre sono le frasi che vengono citate e che rimangono impresse. Keating ci insegna che sono la poesia e la passione a mantenere in vita la nostra razza, tant'è che scriviamo poesie perché è nella nostra natura di esseri umani. Questo film ci insegna anche che è importante osservare le situazioni da diverse angolazioni. La realtà dell'istituto, in contrapposizione con il punto di vista che Keating offre ai suoi alunni, apre uno scorcio triste su un mondo costruito su solide tradizioni, che non si evolve e guarda con paura e disprezzo le innovative e liberali idee del professore. Una di esse è che "Qualunque cosa si dica in giro, parole e idee possono cambiare il mondo". I ragazzi pian piano iniziano ad uscire dallo status quo e a valorizzare i propri pensieri, a non dare più tanto peso a ciò che pensano gli altri. La poesia viene così vista come l'esaltazione del pensiero individuale. È un modo di comunicare con il mondo, di aggiungere un tassello fondamentale e unico a questa gigantesca impalcatura che è la vita. Se manca il tuo contributo,quel verso uscito un dì dalle tue labbra, il palazzo vacilla. Perché questa storia ci insegna che ogni individuo è importante, necessario. E verso la fine, quando sembra che le lezioni di Keating non siano servite e nulla, e il gregge abbia fatto di nuovo scacco matto, quando il dramma della morte sembra aver reso tutto vano, un grido si leva in direzione del professore: "Capitano, mio Capitano!" 
Come a dire: "Il fato può averci indeboliti, ma siamo pur sempre eroici cuori che non hanno perso la voglia di ribellarsi. Ogni individuo è importante, necessario alla comunità".

martedì 19 luglio 2011

Cicatrici: Achille

Inizio con un racconto che farà parte dell'ebook "Cicatrici" di Barabba. http://barabba-log.blogspot.com/2011/07/cicatrici-un-ebook.html

(Posizione)
caviglia sinistra.
(Cause)
Iniziamo dal principio: sono nata prematura, di sette mesi, otto etti. Il medico appena mi vide uscì dalla sala parto e disse, a parer mio ridendo: «Non se ne fa neanche un polpettone».
Mi hanno sempre voluto tutti molto bene, anche se gli avevo fatti preoccupare moltissimo all'inizio, visto che mi ero messa in testa di non crescere più. Ho avuto un sacco di guai da bimba: polmonite, crisi respiratorie, un attacco epilettico, ma il nonno aveva profetizzato che sarei cresciuta grande, alta e forte, me lo ripetono tutt'ora.
Fatto sta che però c'era qualcosa che non andava con i muscoli del lato sinistro del mio corpo, con la postura. Hanno provato a spiegarmi come dovevo camminare in tutti i modi, ma io ero piccola e, ve lo dico in tutta franchezza, non capivo un fico secco. Quando ritennero che fossi abbastanza grande per comprendere le necessità del mio fisico vivevo a Parigi, città la cui bellezza solo ora, a sette anni da quando l'ho lasciata, riesco a percepire. Chiamarono in casa nostra un fisiokinesiterapista di nome Philippe LeDuc, Filippo il Duca, giocherellone e simpatico. Lo facevo arrabbiare sempre, perché non mi impegnavo abbastanza. Era buono con me. Mentre la mia vita sociale crollava sotto il peso del mio pessimo carattere, andammo a trovare un dottore, il Professor Sorrange. Era uno con la puzza sotto il naso, un professore universitario, molto qualificato per il suo lavoro. Siamo andati da lui in ospedale tre volte in un anno, e a fare i raggi, e intanto iniziai la terza elementare.
Dovete sapere che in Francia ogni anno le classi cambiano, si cambiano i compagni e le insegnanti. Feci amicizia con un bambino di colore di nome Tousaint, perché nato la notte di Ognissanti. Era simpaticissimo, me lo ricordo, e per di più era una delle pochissime persone che andavano d'accordo con la mia migliore – e unica fino a quel momento – amica, Stéphanie: carattere complicato, temperamento violento e perversione a otto anni. Ora capisco perché stavamo sempre insieme: eravamo uguali, insopportabili e strane. Loro due e Kim, il ragazzino per metà italiano che mi piaceva, facevano sempre un sacco di domande sulle cicatrici che ho sul collo, quelle lasciate dai tubi dell'incubatrice. Ma l'ultima cicatrice che ricordo stava per arrivare. Mi operarono di venerdì. L'intervento prevedeva l'allungamento del tendine d'Achille. Vennero i nonni a stare da noi, mia madre mi regalò il peluche elettronico di un micio che faceva le fusa. Mi sono incazzata con i medici per avermi ricoperto il gesso con delle strisce di tessuto imbevute di colla; accidenti, io volevo le scritte dei miei amici!
Pazienza, non potevo appoggiare il piede, ma farsi portare in spalla dal nonno su per le scale della scuola era una figata! Non potevo andare in piscina con gli altri bambini, mi annoiavo a starmene da sola in una classe, controllata a vista da un'insegnante di quinta con lo sguardo cattivo e dai suoi alunni giganteschi. E anche quando potevo camminare senza l'uso delle stampelle mi sentivo ridicola con quella scarpa enorme a coprire il gesso.
Ora non è rimasto altro se non questa cucitura, che mi ricorda momenti di solidarietà e tenerezza.
(Conseguenze)
Zoppico, ma questo lo facevo anche prima. Sono imbranata, ma tanto ci rido su con le mie amiche e faccio quel che posso in ginnastica – ho sette in pagella, Wow!! Col tempo sto cercando di ricordarmi di mettere sempre il piede dritto, e di stare dritta con la schiena. Sono migliorata anche a livello di relazioni; in realtà mi sforzo un sacco per non sbraitare dietro a certe oche.
E' incomprensibile il fatto che non mi sia posta il problema prima. Adesso mi faccio un sacco di pare, le mie amiche dicono che mi devo preoccupare meno delle cose. Ecco, quando ero piccola non pensavo a niente e andavo avanti e non me ne fregavo niente persino di me stessa. Ora cerco in tutti i modi di controllare il mio modo di pormi con le persone, ma alla faccenda della gamba faccio ancora fatica a pensarci, non sono abituata. Sono un po' come Achille, che era invincibile tranne che per il tallone. Con qualche differenza: la mia parte “debole” è un tantino più estesa, ma forse io ho avuto un po' più di culo. Già, io adesso mi rendo conto del mio punto debole, e non permetterò a Paride di mettermi in difficoltà.