venerdì 9 novembre 2012

Mio bel roseto, 
alto, rendi brillante
il cielo, in sfumature diviso
dal petalo in gocce intriso. 
Sulle foglie tue stelle e etere scuro
giocane all'uomo nero.

Sempre al mio costato giaci, 
qualora io annaffi 
la terra cangiante.

venerdì 2 novembre 2012

Quattro salti in padella? Son tutte cazzate!

Ho fatto presto, lo so. Appena un ora fa uno dei miei film preferiti è stato abilmente demolito, facendo sì che dubbi atroci mi assalissero: ho temuto di aver interpretato male, se non alla rovescio, il messaggio di Footloose, che si tratti dell'originale o del remake. Già ora so come controbattere, intanto è un passo avanti. Verso il dire in faccia alla gente la verità, così, sul momento, al momento giusto. Ecco cosa mi è stato detto: che Footloose è una pellicola reazionaria, completamente imbevuta della morale americana che vuole le regole, e di conseguenza anche lo sconvolgimento di esse, approvati dall'alto, sempre. In un primo momento ho detto: «Okay, è vero. Ci sta». Poi però ci ha ragionato sopra. E la mia conclusione è che effettivamente è proprio così, nella vita vera, reale, nella politica del cambiamento, come nel film: bisogna avere l'appoggio delle autorità. Ma quello che fa Ren in Footloose non è cercare il favore del reverendo, ma qualcosa di più. Impartisce una lezione importante e molto attuale, che centra soprattutto e più che altro con il rapporto genitori - figli. La fiducia va conquistata, e i figli possono avere fiducia dai genitori solo se possono dimostrarsi responsabili. Non si possono cambiare le cose se c'è una fetta troppo grossa di gente che rema contro, ecco perché le grandi rivoluzioni non funzionano se non partono dal basso. Con i ragazzi la fetta predominante sono sempre gli adulti, un compromesso è necessario. Sono i nostri punti di riferimento, ma a volte possiamo insegnare anche noi qualcosa a loro. Dopodiché c'è una barriera invalicabile tra genitori e figli per cui i genitori non potranno mai essere sicuri al cento per cento del mancato impianto di corruzione spirituale all'interno dell' abbastanza generico "ballo dei diplomandi", ma questa è un'altra storia. Un piccolo inganno, non saprete mai come è andata a finire...

giovedì 1 novembre 2012

Dalla pelle al cuore (no, questa volta niente musica)

Rapido confronto tra due grandi poeti: Leonard Cohen e Giacomo Leopardi. Entrambi universalmente riconosciuti come tra i più importanti uomini di lettere della più recente Storia, oltre ad essere entrambi non proprio appetibili esteticamente. Eccolo lì, il problema. Le differenti posizioni verso il loro aspetto fisico. La depressione e lo sconforto di Leopardi sono ormai proverbiale, come la sua solitudine e la sua convinzione che il valore senza bellezza esteriore non viene preso in considerazione. Invece noi continuiamo a studiarlo. Ha avuto Fortuna, la sua opera per lo meno. Abbiamo fatto "L'ultimo canto di Saffo", a scuola. Il famoso verso 54 "Virtù non luce in disadorno ammanto" spiega ermeticamente e alla perfezione le sue sensazioni. Conclusioni molto attuali, nel secolo che stiamo attraversando, governato da Youtube e dalla televisioni, dalle immagini. Dalle belle immagini. Capita a tutti, di avere quei momenti no, in cui non ci andiamo bene, in cui ci sembra di non andare bene, di non valere niente. Soprattutto da adolescenti. Ci tenevo a trattare l'argomento perché mi è capitato di pensarla così, come il caro Giacomo. Anche se ti viene detto che sei carina, a quest'età, se non hai il ragazzo, o semplicemente qualcuno che ti vada dietro, sei portata a pensare di non essere all'altezza. Che poi pensiamoci, all'altezza di cosa? Di questo mondo, di questo "piattume" intellettuale e di questo bigottismo dilagante, di questo pudore ipocritamente borghese, di uno stuolo di giovani adulti rigidamente montati su piedistalli di cemento rinforzato a sabbia? Manca la spontaneità (anche dentro di me), la consapevolezza della necessità di pensare un po' a noi stessi, anziché a come gli altri ci vedono. Abbiamo l'età per decidere da che parte stare, per uscire con chi ci sta simpatico e evitare, con rispetto, chi non ci sopporta e chi non sopportiamo. Non possiamo piacere a tutti, ma, Dio quanto è importante piacere a noi stessi. E quanto è vitale dedicarci a chi ci vuole bene, a chi darebbe l'anima per noi. Chiedo scusa - ma questa è l'ultima volta, sono stufa di scusarmi per i difetti del mio essere - alle persone che ho trascurato per cercare di accontentare (e di eguagliare) chi se ne fregava di me, a causa di un'incompatibilità di carattere che solo ora riesco a scorgere. Non è vittimismo, e son stanca di piangermi addosso per questa apparente solitudine. E' "un'accresciuta percezione delle cose", caro Leonida. Non bisognerebbe mai dire "mai", ma mi piacerebbe poter giurare di non ripetere mai questi orrori. Gli amici si trovano, e io non ne sono sprovvista. Forse è giunto il momento di pensare un po' a loro, ai "pochi, ma buoni", e a me stessa. Cercando di migliorare, ma senza cambiare per chi non mi merita. Cercando di valorizzarmi. Sento una meravigliosa fenice nel mio cuore colmo di passione che non vede l'ora di spiccare il volo. E, come il caro Leonard mette in bocca alla cara Janis Joplin in "Chelsea Hotel", siamo brutti, ma abbiamo la musica, ma credo di non pensarla più semplicemente a questo modo.

Se vi è sembrato tutto maledettamente ingenuo, continuate a seguirmi, crescerò.