sabato 9 marzo 2013

Non ti mangio più

Ho una notizia di cui non ho ancora informato gli amici della rete (inizio così, facciamo finta che l'ultimo post non sia dell'anno scorso...). Sono felice, non immaginate quanto. Mi sento davvero meglio con me stessa, perché ormai da sei mesi sono vegetariana. O meglio ovo-latto-vegetariana, perché proprio i vegani non riesco a capirli. Ma andiamo per gradi... E' iniziato tutto penso in occasione del ferragosto: non sono riuscita a mangiare nulla, forse solo una salsiccia striminzita, dopodiché la nausea mi ha impedito, da quel momento in poi, di cibarmi di carne. A dir il vero solo quella volta ho avuto la nausea, ma grazie a questo fortuito ribaltamento dello stomaco ho capito cosa mi ci voleva. Devo dire che adesso mi sento veramente meglio, anche se son conscia che grushenka considera tutte le motivazioni etiche di questa scelta come scuse per non ammettere che non mi piace la carne e basta. Mi piace sì, se le Mcnuggets non fossero pulcini triturati le mangerei ancora, statene pur certi. Comunque gli esami vanno bene, ho un colesterolo meravigliosamente in linea, e le mense imbandite di cadaveri non mi mancano più di tanto. Sto usando un linguaggio crudo perché sono convinta che non sia una cosa da tutti, vedere la bistecca e la mucca come una cosa unica. E' il motivo per cui siamo onnivori, nel bene e nel male: non associamo al cibo l'essere animato che è stato immolato per i nostri palati. Sono sicura che chi di voi lettori non è vegetariano dirà che son tutte balle, ma è così. Degli animali muoiono ogni momento per il nostro piacere culinario. Dico nostro perché c'era dentro anch'io. Noi chiediamo: "Cosa c'è per cena?", ma dovremmo chiederci chi stiamo per divorare. Ma scindiamo la bestia dal ragù, non ci viene naturale. Perché non abbiamo la cultura della condivisione, la teoria evolutiva di Darwin ci ha insegnato che siamo al vertice della catena alimentare, evolutiva, siamo quasi una razza stabile, siamo praticamente arrivati all'apice del successo. Siamo rockstar, e la Terra è il nostro palcoscenico permanente. Peccato che nella nostra scalata, e nel faticoso mantenimento di tale status, stiamo distruggendo tutte le altre forme di vita. Non ce ne sarebbe bisogno, se accettassimo di condividere questo pianeta con le altre creature. Non posso credere che ci sia ancora gente che crede che "Dio a creato gli animali e le piante per servire l'uomo", oppure che "Dio ci ha fatti onnivori, dobbiamo obbedire alla sua legge". Ne faccio un fatto evolutivo: ci sono individui della razza umana che hanno sviluppato la capacità emotiva che permette loro di credere che non sia più questione di predominio, di prerogativa, di egemonia, ma questione di vivere in armonia. In questo credo che la dieta vegana sia distruttiva almeno quanto l'eccessivo consumo di carne: se rifiutiamo dalla natura ciò che in modo spontaneo essa ci dona, come possiamo comprendere appieno la necessità di vivere senza spargere il sangue di altre creature viventi? Dobbiamo vivere nel rispetto degli animali, riconoscendogli l'innata capacità di soffrire, anche psicologicamente (vedere i pipistrelli), accettando i loro frutti senza interrompere  il corso delle loro vite. Non siamo fatti per cibarci di carne, perché abbiamo bisogno di strumenti estranei al nostro organismo per abbatterli. Se vuoi mangiare un cervo, ammazzalo a mani nude, prova a sopportare la vista di maiali sventrati appesi nei macelli. Se ci fate caso, il percorso che il vostro cibo fa per arrivare nelle vostre cucine è quanto di più top secret ci possa essere: quanta fatica devono fare gli attivisti per penetrare in questa sanguinosa catena per portarci video a dir poco raccapriccianti. Non riesco ad andare oltre il minuto e mezzo, in alcuni di essi. Sapete perché è tutto così occultato? Non mangereste più quelle belle mortadelle rosee se sapeste come vengono prodotte, con quali torture per i maiali! Questo lo diceva Tolstoj, non l'ultimo degli stronzi. A volte penso che questi video (tranquillamente reperibili su internet) dovrebbero essere trasmessi a telegiornale, ma sarebbe un atto troppo estremista, anche per una come me. Non si possono costringere miliardi di persone a rimirare la morte che stanno lentamente digerendo.

Se questo pezzo vi è scivolato addosso come olio, tranquilli, non sarete né i primi né gli ultimi; ma se avete avvertito un pizzicotto all'altezza del cuore, magari un po' di ragione me la data. Si vive bene anche così, non c'è meno gusto a mettersi a tavola. Semplicemente ci si può accollare a buon diritto il titolo di "Re degli animali". O no, semplicemente si può guardare negli occhi una mucca e dirle: "Ora sto bene, sono felice, ora non ti mangio più". Lo dice il caro Kafka.

lunedì 17 dicembre 2012

Avvertenze: da qui in poi ci si annoierà.

Questo sarà l'ultima cosa semiseria che scriverò, almeno fino alla fine delle vacanze, che per me iniziano sabato perché vado a Catania dai miei nonni <3. Per un po' solo saggi brevi. Perché? Perché ho capito che esistono dei professori a cui non interessa niente quanto sei bravo a mettere insieme costruzioni che non c'entrano un cazzo le une con le altre e le fai pure star bene insieme. Giustamente, avrei dovuto capirlo prima. Ho scelto il liceo CLASSICO, quindi ho beccato un prof che vuole che scriva in modo classico. Per esempio, se leggesse i temi di grushenka di quand'era al classico e imitava Kerouac scrivendo frasi senza soggetto composte da una parola le darebbe due. E forse anche al Many, che sbaglia volutamente i congiuntivi, appiopperebbe un'insufficienza. E dire che ritrovarmi con un sette e mezzo allo scritto... Cavolo ragazzi, non avevo mai preso un voto tanto basso. Eppure mi riusciva piuttosto bene, non avevo ancora trovato un professore che mi desse meno di otto in un tema (ed è successo una volta sola). Questo mi ha fatto un po' scendere dal piedistallo: può sempre capitarti quello che non vede il genio che altri hanno subito riconosciuto. Ma ecco, magari sbagliavano gli altri. Chissà. Forse non ce l'ho, il dono di scrivere bene. Sì, forse non ce l'ho. L'argomentazione, okay, mi riesce bene, ma lo stile? Magari è il prof. ad essere toccato, che ne so?
No, aspetta, mi sto dando davvero troppe arie, devo finirla qui. Mi sto già scaricando un paio di saggi brevi per esercitarmi, visto che in greco sono sopra. Latino, speriamo. Non dico niente, per scaramanzia.

D'accordo, rileggendo questo post mi rendo conto che devo ancora lavorarci.

venerdì 9 novembre 2012

Mio bel roseto, 
alto, rendi brillante
il cielo, in sfumature diviso
dal petalo in gocce intriso. 
Sulle foglie tue stelle e etere scuro
giocane all'uomo nero.

Sempre al mio costato giaci, 
qualora io annaffi 
la terra cangiante.

venerdì 2 novembre 2012

Quattro salti in padella? Son tutte cazzate!

Ho fatto presto, lo so. Appena un ora fa uno dei miei film preferiti è stato abilmente demolito, facendo sì che dubbi atroci mi assalissero: ho temuto di aver interpretato male, se non alla rovescio, il messaggio di Footloose, che si tratti dell'originale o del remake. Già ora so come controbattere, intanto è un passo avanti. Verso il dire in faccia alla gente la verità, così, sul momento, al momento giusto. Ecco cosa mi è stato detto: che Footloose è una pellicola reazionaria, completamente imbevuta della morale americana che vuole le regole, e di conseguenza anche lo sconvolgimento di esse, approvati dall'alto, sempre. In un primo momento ho detto: «Okay, è vero. Ci sta». Poi però ci ha ragionato sopra. E la mia conclusione è che effettivamente è proprio così, nella vita vera, reale, nella politica del cambiamento, come nel film: bisogna avere l'appoggio delle autorità. Ma quello che fa Ren in Footloose non è cercare il favore del reverendo, ma qualcosa di più. Impartisce una lezione importante e molto attuale, che centra soprattutto e più che altro con il rapporto genitori - figli. La fiducia va conquistata, e i figli possono avere fiducia dai genitori solo se possono dimostrarsi responsabili. Non si possono cambiare le cose se c'è una fetta troppo grossa di gente che rema contro, ecco perché le grandi rivoluzioni non funzionano se non partono dal basso. Con i ragazzi la fetta predominante sono sempre gli adulti, un compromesso è necessario. Sono i nostri punti di riferimento, ma a volte possiamo insegnare anche noi qualcosa a loro. Dopodiché c'è una barriera invalicabile tra genitori e figli per cui i genitori non potranno mai essere sicuri al cento per cento del mancato impianto di corruzione spirituale all'interno dell' abbastanza generico "ballo dei diplomandi", ma questa è un'altra storia. Un piccolo inganno, non saprete mai come è andata a finire...

giovedì 1 novembre 2012

Dalla pelle al cuore (no, questa volta niente musica)

Rapido confronto tra due grandi poeti: Leonard Cohen e Giacomo Leopardi. Entrambi universalmente riconosciuti come tra i più importanti uomini di lettere della più recente Storia, oltre ad essere entrambi non proprio appetibili esteticamente. Eccolo lì, il problema. Le differenti posizioni verso il loro aspetto fisico. La depressione e lo sconforto di Leopardi sono ormai proverbiale, come la sua solitudine e la sua convinzione che il valore senza bellezza esteriore non viene preso in considerazione. Invece noi continuiamo a studiarlo. Ha avuto Fortuna, la sua opera per lo meno. Abbiamo fatto "L'ultimo canto di Saffo", a scuola. Il famoso verso 54 "Virtù non luce in disadorno ammanto" spiega ermeticamente e alla perfezione le sue sensazioni. Conclusioni molto attuali, nel secolo che stiamo attraversando, governato da Youtube e dalla televisioni, dalle immagini. Dalle belle immagini. Capita a tutti, di avere quei momenti no, in cui non ci andiamo bene, in cui ci sembra di non andare bene, di non valere niente. Soprattutto da adolescenti. Ci tenevo a trattare l'argomento perché mi è capitato di pensarla così, come il caro Giacomo. Anche se ti viene detto che sei carina, a quest'età, se non hai il ragazzo, o semplicemente qualcuno che ti vada dietro, sei portata a pensare di non essere all'altezza. Che poi pensiamoci, all'altezza di cosa? Di questo mondo, di questo "piattume" intellettuale e di questo bigottismo dilagante, di questo pudore ipocritamente borghese, di uno stuolo di giovani adulti rigidamente montati su piedistalli di cemento rinforzato a sabbia? Manca la spontaneità (anche dentro di me), la consapevolezza della necessità di pensare un po' a noi stessi, anziché a come gli altri ci vedono. Abbiamo l'età per decidere da che parte stare, per uscire con chi ci sta simpatico e evitare, con rispetto, chi non ci sopporta e chi non sopportiamo. Non possiamo piacere a tutti, ma, Dio quanto è importante piacere a noi stessi. E quanto è vitale dedicarci a chi ci vuole bene, a chi darebbe l'anima per noi. Chiedo scusa - ma questa è l'ultima volta, sono stufa di scusarmi per i difetti del mio essere - alle persone che ho trascurato per cercare di accontentare (e di eguagliare) chi se ne fregava di me, a causa di un'incompatibilità di carattere che solo ora riesco a scorgere. Non è vittimismo, e son stanca di piangermi addosso per questa apparente solitudine. E' "un'accresciuta percezione delle cose", caro Leonida. Non bisognerebbe mai dire "mai", ma mi piacerebbe poter giurare di non ripetere mai questi orrori. Gli amici si trovano, e io non ne sono sprovvista. Forse è giunto il momento di pensare un po' a loro, ai "pochi, ma buoni", e a me stessa. Cercando di migliorare, ma senza cambiare per chi non mi merita. Cercando di valorizzarmi. Sento una meravigliosa fenice nel mio cuore colmo di passione che non vede l'ora di spiccare il volo. E, come il caro Leonard mette in bocca alla cara Janis Joplin in "Chelsea Hotel", siamo brutti, ma abbiamo la musica, ma credo di non pensarla più semplicemente a questo modo.

Se vi è sembrato tutto maledettamente ingenuo, continuate a seguirmi, crescerò.

domenica 7 ottobre 2012

Frammento da terza media (scritto in seconda)

"Cosa sarà mai l'amore?", si chiedeva Duncan, "E' un sentimento umano o solo una parola saltata fuori dalla penna di uno scrittore ottocentesco?"
L'amore è molto più di questo. E' uno stato d'animo per cui le parole si trasformano in sensazioni, in cui non c'è più niente da dire. Duncan cercava qualcuno da amare. Si sentiva solo, aveva bisogno di percepire il profondo affetto di una donna. 
Chiunque non si fosse trovato nei suoi panni gli avrebbe setto: «Scuotiti, che si amori intorno ne hai a iosa». 
E questo non si poteva negare. 
Nella gang c'erano molte ragazze che gli facevano la corte. 
Ma non erano ragazze innamorate, solo bambine tira e molla, che facevano di tutto per ottenere un sorriso, un complimento da lui. E così i suoi "amici" che lo veneravano come un dio. Ma Duncan sapeva che si sbagliavano. Sapeva di essere debole, come ogni essere umano. Eppure agli occhi degli altri era rimasto un duro. Lui, con i capelli corvini lunghi e folti, la sua bellezza sinistra, enfatizzata dal pallore, e gli occhi che ti trapassavano da parte a parte, non poteva essere nient'altro che un duro. Ma dietro quella maschera che nessuno poteva scalfire si nasconteva un cuore tenero, che si scioglieva per poco. 
Ma per i suoi era il boss, si aspettavano il meglio da lui, e non poteva e non voleva deluderli. Così era riuscito a far tacere il vento in tre parole, a calmare le acque subito dopo lo tsunami. Ma in realtà non era mai stato bravo a parole. 
Era timido, insicuro. 
Ma soprattutto era stanco. Stufo di nascondersi dietro la maschera dell'indiferenza. Stanco di sfruttare l'ignoranza dei tanti che trovavano unica consolazione nel bere, opprimendo la libertà di pensiero. Stanco di cercare una scusa dietro l'altra. Ogni giorno doveva scovare nuove prove per convincere gli altri che lui era quello lì, insensibile, freddo, taciturno. ma prendeva consapevolezza che cercava solo di convincere sé stesso. 
E aveva paura di riuscirci. Di cancellare quel poco di buono che c'era ancora in lui. Ecco perché cercava l'anima gemella. Voleva poter rivelarsi a qualcuno che lo avrebbe capito. Per non dimenticarsi di sé stesso. 
Alla fine aveva gettato la spugna. 
Il mondo avrebbe conosciuto solo l'opacità del suo sguardo.

domenica 23 settembre 2012

150.000

Bando alle ciance, andiamo al dunque: questo è un resoconto amatoriale - a livello soprattutto emozionale - del concerto al Campovolo di Reggio Emilia del 22 settembre 2012, in favore delle terre colpite dal terremoto di maggio scorso. "Italia loves Emilia" è stata un'esperienza senza pari, oltre che il mio primo concerto all'aperto. Mi sono recata sul luogo del delitto alle quattro di ieri pomeriggio, con due mie amiche e i genitori di una di queste. Avendo parcheggiato in centro non abbiamo dovuto fare molta coda, ma c'erano davvero le 150.000 persone di cui avevo sentito parlare. Carpi, Correggio e Reggio Emilia insieme, facendo due calcoli. Solo che erano rappresentate sette regioni diverse. Abbiamo aspettato tre ore sui plaid aspettando le ore venti, scambiando le carte da scala con altri gruppi di persone e facendoci le foto con l'Ipad. Abbiamo mangiato i nostri panini e ci siamo rimesse le scarpe, abbiamo ripiegato le stuoie e ci siamo alzate in piedi. Sembrava che di colpo fosse calata la notte, c'era buio pesto e il cielo era coperto di nuvole che minacciavano pioggia. Eppure ero certa che non sarebbe venuto giù il mondo, non quella sera. C'era un'atmosfera indescrivibile, il calore e l'interessamento del nostro Bel Paese era veramente palpabile. Ce l'hanno ripetuto i grandi interpreti della canzone italiana uno dopo l'altro, che eravamo benedetti. Beati. Perché eravamo lì, non tanto perché avevamo comprato il biglietto e la maglietta e la bandana, - strabella! - ma perché ci siamo uniti per dare speranza a una nazione che sembra cadere a pezzi in ogni angolo e in ogni suo componente. E noi ci siamo presi su, invece, dimostrando che nulla è perduto, che tutto può essere rimesso in piedi. Noi per primi, proprio noi, modenesi, ferraresi e mantovani eravamo nel giardino del Liga, incollati alla radio o sul canale di Primafila in onda su Sky. E ci tenevamo davvero, di questo sono convinta. Abbiamo cantato a squarciagola per cinque ore, e nonostante ci dolessero le corde vocali abbiamo continuato: era qualcosa che andava ben oltre il nostro fisico e le nostre capacità canore(io per prima sono stonatissima!), eravamo un unico corpo unito per risollevare una regione devastata ma pronta a tornare alla carica. Abbiamo tenuto botta, arrivando al Campovolo. Spazio che dopo ieri sera potrebbe diventare la nuova Woodstock, essendo un luogo ampio come pochi in Europa. Dove stavo io eravamo abbastanza larghi, ci stava altra gente. La dimostrazione del rispetto e la passione della gente è stato lo svolgimento sereno dell'iniziativa e l'efficacia della Security e del servizio assistenza ai disabili; con così tante persone c'era da aspettarsi qualche disagio. Eppure non ho sentito lamentele su Radio Bruno, tra un sonnellino e l'altro, sulla via del ritorno. E' stato un evento memorabile, il più grande d'Italia. Artisti straordinari, tra cui svettavano (per me), Nomadi, Fiorella Mannoia e Litfiba. Un solo grande cuore che palpitava nella notte, contro chi vuole toglierci la forza di andare avanti, contro la mafia che minaccia gli appalti per la ricostruzione, contro la degenerazione del nostro sistema politico che rischia di intascarsi i profitti di un Concertone mai visto entro i confini della nostra bella penisola. Un inno al coraggio e all'orgoglio di noi gente di pianura, laboriosa e colma d'amore e di aspettative e progetti per il futuro. Che dire? Avevo racimolato pessimismo verso quest'Italia così arretrata e di strette vedute, ma forse mi sbagliavo. C'è gente disposta a cambiare, a fare uno sforzo per crescere.
Dal punto di vista meramente musicale, ho preferito i duetti di Jovanotti ai brani che ha scelto di cantare da solo, a parte "Amico mio" con Zero che mi ha fatto emozionare. Anche Ligabue era un po' afflosciato, secondo me. Grandi Negramaro e "Titti" Ferro. Ho riscoperto la bellezza della musica leggera, anche se sarò sempre per il buon vecchio rock d'oltre Manica e d'oltre Oceano.
Tesori miei buonanotte, vado a levarmi l'odore di canna dai capelli (cit.).