Rapido confronto tra due grandi poeti: Leonard Cohen e Giacomo Leopardi. Entrambi universalmente riconosciuti come tra i più importanti uomini di lettere della più recente Storia, oltre ad essere entrambi non proprio appetibili esteticamente. Eccolo lì, il problema. Le differenti posizioni verso il loro aspetto fisico. La depressione e lo sconforto di Leopardi sono ormai proverbiale, come la sua solitudine e la sua convinzione che il valore senza bellezza esteriore non viene preso in considerazione. Invece noi continuiamo a studiarlo. Ha avuto Fortuna, la sua opera per lo meno. Abbiamo fatto "L'ultimo canto di Saffo", a scuola. Il famoso verso 54 "Virtù non luce in disadorno ammanto" spiega ermeticamente e alla perfezione le sue sensazioni. Conclusioni molto attuali, nel secolo che stiamo attraversando, governato da Youtube e dalla televisioni, dalle immagini. Dalle belle immagini. Capita a tutti, di avere quei momenti no, in cui non ci andiamo bene, in cui ci sembra di non andare bene, di non valere niente. Soprattutto da adolescenti. Ci tenevo a trattare l'argomento perché mi è capitato di pensarla così, come il caro Giacomo. Anche se ti viene detto che sei carina, a quest'età, se non hai il ragazzo, o semplicemente qualcuno che ti vada dietro, sei portata a pensare di non essere all'altezza. Che poi pensiamoci, all'altezza di cosa? Di questo mondo, di questo "piattume" intellettuale e di questo bigottismo dilagante, di questo pudore ipocritamente borghese, di uno stuolo di giovani adulti rigidamente montati su piedistalli di cemento rinforzato a sabbia? Manca la spontaneità (anche dentro di me), la consapevolezza della necessità di pensare un po' a noi stessi, anziché a come gli altri ci vedono. Abbiamo l'età per decidere da che parte stare, per uscire con chi ci sta simpatico e evitare, con rispetto, chi non ci sopporta e chi non sopportiamo. Non possiamo piacere a tutti, ma, Dio quanto è importante piacere a noi stessi. E quanto è vitale dedicarci a chi ci vuole bene, a chi darebbe l'anima per noi. Chiedo scusa - ma questa è l'ultima volta, sono stufa di scusarmi per i difetti del mio essere - alle persone che ho trascurato per cercare di accontentare (e di eguagliare) chi se ne fregava di me, a causa di un'incompatibilità di carattere che solo ora riesco a scorgere. Non è vittimismo, e son stanca di piangermi addosso per questa apparente solitudine. E' "un'accresciuta percezione delle cose", caro Leonida. Non bisognerebbe mai dire "mai", ma mi piacerebbe poter giurare di non ripetere mai questi orrori. Gli amici si trovano, e io non ne sono sprovvista. Forse è giunto il momento di pensare un po' a loro, ai "pochi, ma buoni", e a me stessa. Cercando di migliorare, ma senza cambiare per chi non mi merita. Cercando di valorizzarmi. Sento una meravigliosa fenice nel mio cuore colmo di passione che non vede l'ora di spiccare il volo. E, come il caro Leonard mette in bocca alla cara Janis Joplin in "Chelsea Hotel", siamo brutti, ma abbiamo la musica, ma credo di non pensarla più semplicemente a questo modo.
giovedì 1 novembre 2012
Dalla pelle al cuore (no, questa volta niente musica)
domenica 7 ottobre 2012
Frammento da terza media (scritto in seconda)
"Cosa sarà mai l'amore?", si chiedeva Duncan, "E' un sentimento umano o solo una parola saltata fuori dalla penna di uno scrittore ottocentesco?"
L'amore è molto più di questo. E' uno stato d'animo per cui le parole si trasformano in sensazioni, in cui non c'è più niente da dire. Duncan cercava qualcuno da amare. Si sentiva solo, aveva bisogno di percepire il profondo affetto di una donna.
Chiunque non si fosse trovato nei suoi panni gli avrebbe setto: «Scuotiti, che si amori intorno ne hai a iosa».
E questo non si poteva negare.
Nella gang c'erano molte ragazze che gli facevano la corte.
Ma non erano ragazze innamorate, solo bambine tira e molla, che facevano di tutto per ottenere un sorriso, un complimento da lui. E così i suoi "amici" che lo veneravano come un dio. Ma Duncan sapeva che si sbagliavano. Sapeva di essere debole, come ogni essere umano. Eppure agli occhi degli altri era rimasto un duro. Lui, con i capelli corvini lunghi e folti, la sua bellezza sinistra, enfatizzata dal pallore, e gli occhi che ti trapassavano da parte a parte, non poteva essere nient'altro che un duro. Ma dietro quella maschera che nessuno poteva scalfire si nasconteva un cuore tenero, che si scioglieva per poco.
Ma per i suoi era il boss, si aspettavano il meglio da lui, e non poteva e non voleva deluderli. Così era riuscito a far tacere il vento in tre parole, a calmare le acque subito dopo lo tsunami. Ma in realtà non era mai stato bravo a parole.
Era timido, insicuro.
Ma soprattutto era stanco. Stufo di nascondersi dietro la maschera dell'indiferenza. Stanco di sfruttare l'ignoranza dei tanti che trovavano unica consolazione nel bere, opprimendo la libertà di pensiero. Stanco di cercare una scusa dietro l'altra. Ogni giorno doveva scovare nuove prove per convincere gli altri che lui era quello lì, insensibile, freddo, taciturno. ma prendeva consapevolezza che cercava solo di convincere sé stesso.
E aveva paura di riuscirci. Di cancellare quel poco di buono che c'era ancora in lui. Ecco perché cercava l'anima gemella. Voleva poter rivelarsi a qualcuno che lo avrebbe capito. Per non dimenticarsi di sé stesso.
Alla fine aveva gettato la spugna.
Il mondo avrebbe conosciuto solo l'opacità del suo sguardo.
domenica 23 settembre 2012
150.000
Bando alle ciance, andiamo al dunque: questo è un resoconto amatoriale - a livello soprattutto emozionale - del concerto al Campovolo di Reggio Emilia del 22 settembre 2012, in favore delle terre colpite dal terremoto di maggio scorso. "Italia loves Emilia" è stata un'esperienza senza pari, oltre che il mio primo concerto all'aperto. Mi sono recata sul luogo del delitto alle quattro di ieri pomeriggio, con due mie amiche e i genitori di una di queste. Avendo parcheggiato in centro non abbiamo dovuto fare molta coda, ma c'erano davvero le 150.000 persone di cui avevo sentito parlare. Carpi, Correggio e Reggio Emilia insieme, facendo due calcoli. Solo che erano rappresentate sette regioni diverse. Abbiamo aspettato tre ore sui plaid aspettando le ore venti, scambiando le carte da scala con altri gruppi di persone e facendoci le foto con l'Ipad. Abbiamo mangiato i nostri panini e ci siamo rimesse le scarpe, abbiamo ripiegato le stuoie e ci siamo alzate in piedi. Sembrava che di colpo fosse calata la notte, c'era buio pesto e il cielo era coperto di nuvole che minacciavano pioggia. Eppure ero certa che non sarebbe venuto giù il mondo, non quella sera. C'era un'atmosfera indescrivibile, il calore e l'interessamento del nostro Bel Paese era veramente palpabile. Ce l'hanno ripetuto i grandi interpreti della canzone italiana uno dopo l'altro, che eravamo benedetti. Beati. Perché eravamo lì, non tanto perché avevamo comprato il biglietto e la maglietta e la bandana, - strabella! - ma perché ci siamo uniti per dare speranza a una nazione che sembra cadere a pezzi in ogni angolo e in ogni suo componente. E noi ci siamo presi su, invece, dimostrando che nulla è perduto, che tutto può essere rimesso in piedi. Noi per primi, proprio noi, modenesi, ferraresi e mantovani eravamo nel giardino del Liga, incollati alla radio o sul canale di Primafila in onda su Sky. E ci tenevamo davvero, di questo sono convinta. Abbiamo cantato a squarciagola per cinque ore, e nonostante ci dolessero le corde vocali abbiamo continuato: era qualcosa che andava ben oltre il nostro fisico e le nostre capacità canore(io per prima sono stonatissima!), eravamo un unico corpo unito per risollevare una regione devastata ma pronta a tornare alla carica. Abbiamo tenuto botta, arrivando al Campovolo. Spazio che dopo ieri sera potrebbe diventare la nuova Woodstock, essendo un luogo ampio come pochi in Europa. Dove stavo io eravamo abbastanza larghi, ci stava altra gente. La dimostrazione del rispetto e la passione della gente è stato lo svolgimento sereno dell'iniziativa e l'efficacia della Security e del servizio assistenza ai disabili; con così tante persone c'era da aspettarsi qualche disagio. Eppure non ho sentito lamentele su Radio Bruno, tra un sonnellino e l'altro, sulla via del ritorno. E' stato un evento memorabile, il più grande d'Italia. Artisti straordinari, tra cui svettavano (per me), Nomadi, Fiorella Mannoia e Litfiba. Un solo grande cuore che palpitava nella notte, contro chi vuole toglierci la forza di andare avanti, contro la mafia che minaccia gli appalti per la ricostruzione, contro la degenerazione del nostro sistema politico che rischia di intascarsi i profitti di un Concertone mai visto entro i confini della nostra bella penisola. Un inno al coraggio e all'orgoglio di noi gente di pianura, laboriosa e colma d'amore e di aspettative e progetti per il futuro. Che dire? Avevo racimolato pessimismo verso quest'Italia così arretrata e di strette vedute, ma forse mi sbagliavo. C'è gente disposta a cambiare, a fare uno sforzo per crescere.
Dal punto di vista meramente musicale, ho preferito i duetti di Jovanotti ai brani che ha scelto di cantare da solo, a parte "Amico mio" con Zero che mi ha fatto emozionare. Anche Ligabue era un po' afflosciato, secondo me. Grandi Negramaro e "Titti" Ferro. Ho riscoperto la bellezza della musica leggera, anche se sarò sempre per il buon vecchio rock d'oltre Manica e d'oltre Oceano.
Tesori miei buonanotte, vado a levarmi l'odore di canna dai capelli (cit.).
lunedì 10 settembre 2012
Come Olivia Newton-John alla fine di Grease?
E' da due anni che volevo farmelo fare, e finalmente mia madre ha acconsentito. Come se non fossi già abbastanza fortunata, appena ha conosciuto le mie intenzioni, mia zia mi fa: «No problem, te lo regalo io per il tuo compleanno». Sto parlando del piercing, naturalmente. Avevamo deciso per sabato pomeriggio, prima che iniziasse "Carpi c'è" - che, a proposito, è stata la notte bianca più riuscita e fruttuosa della mia ancor giovane parabola, dato che non solo la mia città ha dimostrato di avere la voglia e le capacità per riprendersi, ma anche alcuni rapporti di amicizia sono come "rinati". Invece la zia mi sveglia alle nove per dirmi che ci viene a prendere - a me e alla mamma - alle dieci e mezza per essere là alle undici. Sul momento mi è venuta una strizza pazzesca: non me l'aspettavo! Poi però siamo arrivati e mi hanno messa in coda, mi hanno spiegato tutto l'aftercare, mi hanno fatto scegliere il gioiello, e mi hanno bucato il naso. Che bello, mi sta proprio bene(con tutto che son pure modesta)! Dello studio dove sono stata - Tattodrome, in Galleria Politeama n. 7 a Correggio - mi ricordo soprattutto una coppia di trentenni, due genitori vistosamente tatuati, con questo cucciolo d'uomo biondino tutto vestito di nero con il suo coniglietto di pezza. Che dolce che era!
Come si può prevedere dal titolo di questo post, non voglio però parlarvi del mio piercing, ma farvi un analisi tematica del celebre musical "Grease", divenuto un cult presso i giovani e i meno giovani di ieri e di oggi. Attraverso la mia tormentata vicenda, si potrebbe dire. Durante le ultime tre settimane di agosto ho convissuto con mia nonna, nella sua casa in provincia di Trento. Ha cercato incessantemente e senza esclusione di colpi di farmi cambiare idea, ma finalmente si è data per vinta dicendo: «Ho provato a far ragionare anche tua cugina, ma non mi ascoltate quando parlo». Tipico degli anziani lamentarsi di non essere ascoltati, e di non contare più niente. Il mondo va tanto velocemente che sono certi di rimanere indietro, o di essere dimenticati. Ne sono talmente convinti che è difficile spiegare loro come mandare un messaggio, perché si mettono i bastoni tra le ruote da soli, con frasi del tipo: «Sono vecchia, non ci arrivo». Queste cose le ho scritte nel mio primo saggio breve della scorsa stagione scolastica, sugli anziani nelle megalopoli di oggi, appunto. Ho preso un voto discreto, anche se non me lo ricordo. La nonna non è stata l'unica a fallire nel tentativo di farmi odiare l'arte di "fare del tuo corpo quello che vuoi"(per citare una nota pagina di Facebook per maniaci della body modification, tatuaggi, body piercing e non solo...). Mio cugino quattordicenne, che tra una settimana mi affiancherà nel mio primo viaggio in corriera dell'anno scolastico, ha utilizzato tesi molto più persuasive, e in parte assai corrette, il che dimostra che mi conosce molto bene. La più originale riguarda proprio Grease: «Ma Strummer, ti ho capito, sai? Tu vorresti essere come Olivia Newton-John alla fine di Grease, mentre sei quella all'inizio».
Non potevo accettarlo, lei è così ingenua appena sbarcata nella nuova scuola! E poi le tonalità pastello del suoi golfini - e i golfini stessi - non fanno per me, accidenti! Ma ho inteso il significato occulto delle parole del mio cuginetto: - ottimo regista, squisito cameraman, ma un troppo poco open-minded per i miei gusti - sono più acqua e sapone che rockettara senza principi e interessata esclusivamente a stare dall'altra parte, ovunque sia. Mi sembra comunque opportuno difendere la dolce Sandy: fin troppe persone disprezzano la sua trasformazione finale, nella mia famiglia. Innanzitutto, prima della sua ultima entrata in scena, era senza dubbio un'ingenua studentessa che veniva presa di mira dalle altre ragazze, e schernita da Rizzo, che è una via di mezzo tra la donna in nero che balla "The one that I want" con John Travolta e la pallida ragazzina in gonnella che cantava della sua storia estiva con un Danny Zucco che non aveva ancora scoperto tutte le sue carte. In secondo luogo, anche Danny era deciso a mettere da parte l'anima ribelle per stare insieme a lei. Entrambi hanno cambiato il loro modo di essere per il proprio oggetto d'amore, il ché è semplicemente un gesto bellissimo, e non mi sembra che ci voglia una laurea per capirlo.
No, non sarò Olivia Newton-John alla fine di Grease, ma una cosa abbiamo in comune: proprio come lei, rischierò di essere giudicata per un particolare fisico, per qualcosa di innaturale che ho aggiunto all'ultimo alla mia figura. Non ditemi che sbaglio, non sono mica nata ieri. Ci sono ancora troppi pregiudizi su questo tipo di accorgimento, e la gente non riesce a rendersi conto che è solo un gioiellino, un brillantino su una narice. Ci sono persone che ritengono che il tuo corpo debba essere preservato nel suo naturale sviluppo, e che addirittura un orecchino supplementare sia sinonimo di inaffidabilità e di morbosità, quasi di cattiveria. Quasi che fossi l'uomo nero della favola. Hanno il diritto di avere le loro idee, ma tutti devono pretendere rispetto,qualsiasi differenza li separi dalla massa. E anche questa non è un'uscita particolarmente geniale. Sto mettendo le mani avanti perché sono stata avvertita da alcuni amici che rischio di perderli se i genitori dovessero venire a sapere del mio piercing. Se queste persone leggessero questo post, faccio appello al loro buon senso; sono sempre la stessa ragazza. Dopo domani la mia sorellina si farà il terzo buco, pagandoselo da sola; un po' posso prendermi il merito di questa benefica influenza, ma è ancora piccola e un buco in più non rovinerà la sua immagine, come non succederà a me.
Grazie per esservi lasciati annoiare,
per sempre vostra,
Strummer.
lunedì 13 agosto 2012
Who Wrote Holden Caulfield
Bentornata a me! Giudizio sul campeggio: tenda 3, camper 200!
Grande notizia per i miei inseguitori intellettualoidi: in una bancarella di piccola/media editoria sul lungomare di Deiva Marina(vicino alle Cinque Terre) ho pescato il Decameron a otto e trenta, Romeo e Giulietta a tre e ottanta e il Simposio di Platone a cinque. In macchina all'altezza del casello di Carpi ho cominciato a leggere quest'ultimo, perché avevo appena finito "Il giovane Holden" di J.D. Salinger. Devo pensarci per capire se definirlo straordinario o soltanto un bel romanzo, però. Voglio dire, mi fa impazzire il gergo colloquiale e giovanile utilizzato, ma è la conclusione a lasciarmi perplessa. Credo che tutto abbia inizio - la conclusione - quando Holden va a casa di quel suo vecchio professore, Antolini, dalla casa del quale scappa per paura di essere stuprato o roba simile. Ho qualcosa come due facciate di libro evidenziate in rosso, giuro. Il discorso dell'uomo mi ha lasciata secca. lo incoraggia a correre dietro a ciò che vuole fare, a patto che trovi questa cosa che gli piacerebbe fare. E gli dice che una volta che avrà capito cosa vuole fare, dovrà darsi una bella mossa, velocissimamente! E che dovrà studiare sodo. Così potrà trovare la misura della sua mente, cioè ciò che alla sua stramaledetta testa va e non va giù. E' la fine di un percorso di maturazione fatto di turbamenti e sconfitte inutili. Di odio e di nausea, per certi comportamenti della gente. Tipo quello dei baristi, che non passano mai le sue ambascerie alla cabarettista di turno, o dei camerieri che non gli servono il suo amato whisky con soda. Così Holden mente - è "il più fenomenale bugiardo che abbiate mai incontrato in vita vostra", come lui stesso si definisce all'inizio del terzo capitolo -, semplicemente perché si diverte un mondo, ma secondo me anche perché non ritiene che quegli altri "bastardi", quei "balordi", sappiano chi realmente è o cosa fa nella vita. E' depresso, per quasi tutta la durata del libro, e se gli chiedi cosa gli piace ti risponde: «Allie». Solo che Allie è il suo fratellino morto, ed è l'unica sua obbiezione, e lì capisci che c'è qualcosa che non va. Perché lui al mondo non ci sta bene, preferirebbe essere sottoterra. Come dice nello stesso episodio che ho citato in precedenza il prof. Antolini, Holden appartiene a quel genere di persone che smettono di cercare ciò di cui hanno bisogno, si arrendono ancor prima di scorgere lontanamente il traguardo. Ed eccola, la citazione clou, il tocco magico che districa la matassa: «Ciò che distingue l'uomo maturo è che vuole morire nobilmente per una causa, mentre ciò che distingue l'uomo maturo è che vuole umilmente vivere per essa» (Wilhelm Stekel).
Alla fine, chi è a distogliere l'acchiappatore nella segale (il titolo originale del romanzo è "The Catcher in the Rye") dall'illusoria e fanciullesca fuga nell'ovest, lontano dagli affetti, pur di sfuggire dalla gente e dalle cose fasulle? L'innocenza, la purezza di spirito della sorellina Phoebe, mentre ride su una giostra a gettoni. E' questo che gli fa capire che deve restare. A New York. A studiare, e soprattutto a scrivere. Scrivere dei suoi turbamenti, scrivere la verità, senza compromessi, senza mitigarla dietro a falsi sorrisi, come se la vita fosse uno di quei stupidi film che danno in uno di quegli stupidi cinema che Holden odia a morte. Non come suo fratello D.B. che, come Hubbell Gardiner in "Come Eravamo", - accidenti, quanto odio quel film - spreca il suo straordinario talento di scrittore per Hollywood. E lo fa, scrive, come un ragazzino, perché è quello che è, ma anche come un uomo. Forse perché a capito che non importa se non ha ancora trovato niente di interessante per cui vale la pena continuare, ma sa che presto spunterà fuori, con tutto ciò che seguirà. Forse l'unica cosa che ha capito è che deve chiamare Jane Gallagher senza starci troppo a rimuginare sopra, ecco tutto. Che non importa se risponde la madre che è amica della sua che viene a sapere che è stato sbattuto fuori da Pencey. Ecco quando lo preferisco, il giovane Holden, quando non si preoccupa troppo delle cose.
Non so perché, sarà che lui mi ricorda tantissimo un mio amico, un po' adulto e un po' bimbo :), sarà che mi rivedo un sacco nella vecchia Phoebe, che scrive libri a tutto spiano, solo che non li finisce. Mi somiglia, per questo verso.
Non lo so, ecco, ma mi sembra di aver capito, adesso.
Non straordinario, non bello, ma indimenticabile.
Non lo so, ecco, ma mi sembra di aver capito, adesso.
Non straordinario, non bello, ma indimenticabile.
Ecco il mio giudizio, affezionati lettori. Buonanotte gente!
venerdì 3 agosto 2012
Liceo Classico
Vecchia Poesia, apparsa su "A little Trouble in the Wind", il mio primo blog su Blog, che ho cancellato perché non lo leggeva nessuno, perché non aveva un cazzo di scopo. Eccola, di nuovo eccola qui, la mia parola d'ordine. Quella che mi ricorda le figuracce e Mapplethorpe.
Oggi ho fatto la prima versione delle 20 che quella stronza della prof. ci ha lasciato, sapete, come ricordo. Dico "stronza" e dico "ricordo" perché ci lascia, a me che piaceva seriamente come insegnante, per andare non so dove per ottenere dei punti in graduatoria. Ce l'ho a morte con lei, perché ho il terrore che ci appioppino una crudele imitazione di Mortisia o una versione edulcorata di Crudelia de Mon. Chissà. Per festeggiare il felice evento vi ripropongo questi versi. Non mi aspetto che capiate, ma non ho voglia di mettere le note, non ho tempo, la versione devo ancora finirla. Ops, dimenticavo, è latino.
Sul
bordo di una fonte fresca siede,
scalza,
con poco a coprirla,
solo
un berretto.
Dita
fragili
stringono
polvere e scarabocchi
sulle
pagine di Roma.
Nel
cuore smarrito la rabbia sale,
sola
fra tante cose.
Così
mi tormentano un “dicit ut”
e
l’infelice sguardo.
Battute sui Puffi a parte...
Attenzione: questa vuole essere la mia prima recensione di un film, se "Detention", diretto e scritto da Joseph Kahn può essere considerato un film. Di norma uno cerca di essere cauto nelle prime esperienze, mentre io sarò spietata, perché mai tre euro furono spesi peggio. Cerchiamo subito di esaurire i convenevoli... Uscito in America nel 2011, presenta un cast mediocre, composto principalmente da Josh Hutcherson, Shanley Caswell e Spencer Locke, fatta eccezione per il primo nome, che qualche mese dopo aver girato questa schifezza ci ha donato una splendida interpretazione nel film d'azione "Hunger Games", pellicola di straordinaria qualità tratta dall'omonimo bestseller internazionale di Suzanne Collins, primo di una trilogia che, secondo Stephen King, "dà assuefazione". L'ho letto ed è veramente stupendo, anche se credo che per fare questo tipo di articolo bisogna essere più oggettivi possibile, quindi meglio non lasciarsi trascinare dal sentimento ed essere razionali.
Allora, cominciamo dal principio... Io e Ilaria, una mia amica, andiamo con mia sorella al Video Biff, il cui proprietario è famoso per quanto se la tira: l'altro giorno stava dicendo ad un neo- cliente di avere più titoli del Blockbuster più grande d'Italia che stava a Milano, qualcosa come 16 mila titoli, fatto chiudere dai suoi 21. Cerchiamo "Hunger Games", perché l'Illi adora la saga - che ha letto in meno di due mesi - ed il film ha letteralmente cambiato il suo modo di vedere il mondo. Sinceramente anch'io amo quel film e il libro da cui è tratto, ma devo ancora leggere "La ragazza di fuoco", per poi gustarmi "Il canto della rivolta" su Kindle, il prossimo Natale. Fatto sta che in DVD uscirà a settembre, e diamo un'occhiata in giro alla ricerca di qualcos'altro da vedere. Troviamo "Detention", dove c'è pure Hutcherson, ma la mancanza di segnalino giallo indica che non ci sono più copie disponibili. Dopo tanto osservare non troviamo niente di più accattivante, e la sottoscritta prova a chiedere se per culo non sia appena stato riconsegnato. E per culo ce lo portiamo a casa. Per tutto il tragitto mi congratulo con l'Illi per la sua fortuna. Fortuna? Si tratta di uno schifosissimo Teen Movie dell'orrore, sulla falsissima riga di Pulp Fiction, che al contrario di "Detention" è un gran bel film! E' una commediola senza capo né coda, che si snoda tra un assassino dal nome bizzarro (Cenerantola), un quaterback che nasconde il DNA di una mosca, una madre e una figlia che si scambiano i corpi e l'anno del diploma, una macchina del tempo nascosta nella mascotte della scuola a forma di orso bruno, una skater figo e una sfigata primordiale. Non c'è una trama logica, c'è solo un velo troppo vomitevole di splatter a legare vite parallele di adolescenti vuoti e adulti allo sbando. Due esempi, giusto per dimostrarvi che la vita a Grizzly Falls è una cacca: all'improvviso salta fuori un orso che sale su un disco volante alieno, e un vegetale extraterrestre travestito da canadese minaccia di uccidere tutti i vegetariani. Inoltre, verso la fine della pellicola, ci viene presentato un specie di "gioco delle scatole cinesi", di ragazzi che guardano un film dove altri ragazzi guardano un film identico, che si conclude con una ventina di secondi di porno misto sadomaso, così, a caso. Conclusione, il nostro amato Josh è un ballerino provetto che si mette con la sfigata dalla gamba ingessata, Riley (pensavo fosse un nome maschile), la figlia nel corpo della madre si spupazza il preside e la madre è ancora nel corpo della figlia, l'assassino viene ucciso dall'orso impagliato, eccetera eccetera.
Morale della favola, il film più brutto che sia mai stato prodotto dal cinema americano. Una nota di merito va a Josh Hutcherson per essere cresciuto spiritualmente dopo aver preso parte a quella che oserei giudicare la peggior storia che sia mai stata messa sul grande schermo.Interpretazione personale: è solo il liceo, non è la fine del mondo.
P.S: Chi l'ha visto potrebbe indicarmi la morale? Non la trovo!!
P.P.S: Uomo Mosca sei mitico!, e i Puffi hanno ispirato Avatar.
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