martedì 20 marzo 2012

L'iguana - Variazione sul mito della caverna di Platone

Il racconto che segue è un compito assegnato dalla prof. di filo, data di consegna ieri, restituita agli alunni oggi. Il commento dell'insegnante è stato: «Lei è stata bravissima, ma l'ha scritto proprio tutto da sola? Ora ce lo legge poi, vero?». Siccome mi vergogno troppo a leggere qualcosa scritto di mio pugno davanti a una qualsiasi forma di vita, e sono troppo timida anche per sopportare una lettura pubblica fatta da qualcun altro qualora la sottoscritta sia presente, lascio giudicare a voi, miei affezionatissimi followers (siete tre... Perché siete tre?!? Devo assolutamente iscrivermi a FriendFeed!!). Buona lettura, aspetto le vostre valutazioni.
Alla prossima, piccola scrittrice (ogni riferimento a fatti o persone reali e puramente voluto).

L'iguana
la rivoluzione è un processo perpetuo insito nello spirito umano (Abbie Hoffman).
Anno 2029.
Un uomo si trova in una stanza davanti a un grande schermo.
L'uomo, seduto su una grande poltrona, è rivolto totalmente verso lo schermo e non si muove da lì. Accanto, una riserva di cibo e bevande. Non abbisogna d'altro.
La stanza non ha finestre.
In mano tiene un uovo di medie dimensioni, bianco e liscio.
Incessantemente, immagini e suoni provengono dal grande schermo; l'uomo guarda, osserva, fa suo quell'universo.
Giorno e notte; per settimane, mesi, anni. Nella stanza non c'è senso del tempo, non ci sono orologi, né segni del passare delle stagioni. Il lungo, incessante scorrere di immagini e suoni rappresenta il continuum invariato e invariabile di senso dell'uomo.
Poi, un giorno, l'uovo inizia pian piano a schiudersi. L'uomo, che lo ha tenuto inconsciamente al caldo per tutto quel tempo, distoglie lo sguardo dallo schermo e vede nascere una piccola iguana verde. La creaturina si toglie di dosso i pezzetti di guscio e lo guarda affettuosamente; nei suoi occhi di zaffiro l'uomo intravede un po' di cacao. L'uomo ha inizialmente paura, non ha mai tenuto in mano un rettile, lo ha solo visto da quella grande finestra che gli sta di fronte, una volta o due. Così vicino però gli sembra ancor più bello. E' qualcosa nella sua testa a farglielo pensare. Quel qualcosa gli dice che va tutto bene; non ha mai sentito quella voce, ma è tranquillizzante. Esitante accarezza con un dito la testolina squamosa. L'iguana gli fa l'occhiolino, prende un bel respiro gonfiando le guance come una rana e inizia a scalare il pullover dell'uomo; punta le unghie affilate, e finisce per accoccolarglisi sulla spalla. L'uomo gira la testa per vedere cosa fa; il collo gli fa male, non lo ha mai mosso, non c'era niente da vedere se non le immagini del grande schermo. Incredibile ma vero, il rettile si mette a parlare: «Guarda il video, guarda in alto a sinistra».
La finestra multicolore è talmente ampia che l'uomo non si è mai soffermato a guardarne i contorni, ha passato la vita a guardarne le figure centrali, quelle più colorate, quelle che attraevano maggiormente la sua attenzione. Dietro agli uomini che discutono, la scenografia è ancora più bella, variegata e sconvolgente: cieli di un azzurro terso, praterie incontaminate, abissi senza fine, strani corpi fluttuanti in un'indefinita pece nera. Lo sfondo delle scene che gli hanno fino a quel momento riempito gli occhi è straordinario, ma quello che l'iguana gli ha fatto osservare ora è ancora più inspiegabile; un orologio digitale lampeggia in un vertiginoso conto alla rovescia. I secondi volano come se niente fosse, mentre l'uomo prende atto della situazione. Se c'era una cosa, infatti, che aveva imparato da tutti quegli anni di video, era che il tempo è denaro: lo ripetevano di continuo i generali e i sottufficiali che impartivano ordini, attraverso la grande finestra. L'uomo torna a guardare il piccolo rettile, come implorando risposte.
«Devi affrettarti, non rimane molto tempo. Voltati, vedi quella debole luce?», dice l'iguana sibilando.
C'è effettivamente una fenditura luminosa nell'oscurità della sala, ma l'uomo non se n'era mai accorto, non si era mai voltato. E' un uscio, senza cardini.
«Puoi uscire quando vuoi», gli dice improvvisamente una flebile voce nel cervello. E' quella di prima, che di nuovo lo rassicura.
L'uomo è ancora confuso, non sa cosa pensare, ma quella voce guida i suoi movimenti, portandolo lontano dallo schermo.
«Da' un'occhiata in giro», fa l'iguana, sempre sulla sua spalla. Una sensazione di curiosità accompagna quell'invito. Fuori dalla porta c'è un viale di cemento grigio. L'uomo può andare o a destra o a sinistra, se andasse dritto cadrebbe giù, e non si vede il fondo di quell'abisso.
Aspetta. Le lancette corrono.
«Nessuno ti darà ordini, qui», l'uomo non capisce bene se a parlare è stata la voce che ha nella testa o l'iguana sulla sua spalla. L'uomo vorrebbe tirare una moneta per decidere da che parte dirigersi, ma sa che non c'è più tempo. Va a sinistra. Altre porte senza cardini, altre poltrone, montagne e montagne di viveri. Entra, osserva; quello che vede ora è molto più accattivante di quello che era costretto a vedere prima. Gente come lui, un mucchio di gente come lui. Anche per loro l'orologio enumera ogni attimo. Uomini, ma anche donne. I maschi sono alienati da battaglie, decaloghi di armi, discorsi pomposi sulla gloria e uniformi che sfilano; le donne da corsi di economia domestica, di cucito e documentari sul giardinaggio.
Occhi che non sono i suoi percepiscono figure che la sua mente, o la voce nella sua mente, riesce a decifrare. Sua madre che piange in una cucina spoglia, suo padre che gli accarezza il viso di lui bambino, e gli porge l'uovo. Generali in uniforme picchiano suo padre, e lui guarda, e si sente piovere sulla faccia. L'uomo scuote la testa, ma capisce che ha veramente gli occhi bagnati. La voce che ha nella testa sta andando in iperventilazione, prova lo sconosciuto impulso di correre. Il cammino di cemento sembra infinito. Sopra ad ogni porta che una data; stesso mese e stesso anno, a volte cambia solo il giorno.
Chissà in che giorno sono nato io?, pensa. Ora la voce tace, o perlomeno non gli sembra più tanto estranea. Appaiono delle scale, poi altre stanze, altre date, mesi diversi. L'uomo si blocca improvvisamente, corre verso il parapetto. A perdita d'occhio si estense una landa brulla, disseminata di casermoni grigi, tristi. Risuonano lamenti e echi di spari: l'uomo ci è abituato, ma soffre.
Braccia forti lo sollevano, velocemente lo trascinano di nuovo al buio. Due uomini in uniforme trafficano in mezzo a un mucchio di scartoffie; ormai l'uomo capisce tutto da sé, e prova un indefinibile sollievo.
«Gordon, come sei uscito?» lo apostrofa improvvisamente uno dei soldati. Ha il tono dei generali sullo schermo, ma l'uomo non risponde. La presenza di quelle persone lo irrita. L'uomo che gli ha fatto la domanda si avvicina e gli molla un ceffone, ma lui non può muoversi perché ammanettato.
«Sta' calmo», gli uomini armati non sembrano essersi accorti della piccola iguana. Ad ogni modo lo sapeva anche lui che doveva assecondarli. Altrimenti lo avrebbero ucciso e poi...
«Quanto manca alla conclusione del programma 2002?», chiede il soldato che lo aveva malmenato.
Io sono nato nel 2002”, pensò Gordon.
«Appena tre ore», risponde l'altro, controllando l'orologio da polso.
«Chiudilo nei sotterranei, tra tre ore ci occuperemo di lui», dice il primo soldato spingendo Gordon verso il collega.
I sotterranei sono un posto ancora più umido e oscuro delle stanze con gli schermi. Non c'è nessun rumore, non si distingue nulla, ma a Gordon questo non importa. Aspetta, non può fare altro. All'improvviso una voce mai udita prima lo chiama. Non è proprio una voce nuova, in fin dei conti. Una donna della sua età gli si avvicina a gattoni, indossa il suo stesso pullover verde, gli stessi pantaloni scoloriti. Parlano per un po'. Gordon deve aver parlato inconsapevolmente, perché Laura l'ha riconosciuto dalla voce. Laura dice che giocavano insieme, da piccoli. Soprattutto, Laura lo chiama Bill; dice che Gordon è il suo cognome. Lui capisce, ne è felice. Immagini sfuocate si rincorrono nella sua mente intorpidita: le trecce bionde di una bimba con le lentiggini, proprio come quella che ha di fronte, e un pallone da calcio. I due si stringono in un lungo abbraccio. Bill vorrebbe porle un'infinità di domande, ma capisce che c'è poco tempo. Tre ore, aveva detto il soldato.
«C'è una botola, la vedi?», dice Laura.
Senza nemmeno pensarci, Bill scambia un'occhiata d'intesa con il piccolo rettile che ancora lo accompagna. L'iguana si arrampica con destrezza attraverso una fenditura nel legno e inizia a rosicchiarlo intorno alla serratura. Non ci vuole molto prima che riescano a liberarsi. Laura sa perfettamente dove andare. Salgono una decina di rampe di scale ripidissime. Finalmente arrivano a quello che sembra essere l'ultimo piano dell'edificio pieno di schermi. I due soldati sono dentro a una grande sala piena di cavi elettrici. Un grosso bottone rosso contrassegnato da del nastro adesivo nero e giallo è stato incoscientemente sistemato ad altezza d'uomo. A quello i due fanno la guardia.
Quando gli uomini in uniforme li scorgono sulla soglia, puntano verso di loro le armi e gridano:
«Gordon, non un altro passo». Potrebbero essere convincenti, ma la paura divora i loro lineamenti. Bill sa che ora possono vedere l'iguana, e ne hanno terrore. Il piccolo rettile sta per dargli un altro prezioso consiglio. Quelli sparano, la loro mira è talmente precisa che potrebbero far fuori la bestiola senza sfiorare Bill. Invece i proiettili non scalfiscono minimamente la sua corazza.
«Tu ti sei salvato in tempo, ora devi salvare loro».
Finalmente Bill ha chiaro cosa occorre fare. La calma e la determinazione dei suoi passi gettano ancor più i soldati nell'angoscia.
«Gordon, fermati!», urlano.
«Il mio nome è Bill», fa lui, tra i denti.
Una pallottola sibila nell'aria immobile e gli frantuma la scapola sinistra. Cadendo, Bill riesce a premere il bottone. Non ne è completamente certo, ma sente delle sirene, il gomito gli sanguina e ci sono vetri a terra. Laura è al suo fianco e gli stringe la mano. Ci sono gioia e disperazione insieme sul suo volto. I due soldati non si curano più di loro, sono completamente in preda al panico. Bill accosta l'orecchio al pavimento freddo; si odono passi scroscianti, incontrollati, discordanti tra loro. Bill chiude gli occhi: perlomeno non si tratta di una parata militare, pensa. Non vede più l'iguana, è come se non fosse mai esistita. Eppure Bill la percepisce dentro di sé, negli occhi di Laura, nelle centinaia di piedi che così velocemente si erano staccati dallo schermo.
Perché una rivoluzione maturi occorrono anni di ingiustizie, di menzogne e di privazioni, tanto tempo quanto occorre a un'iguana parlante per venire al mondo.

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