lunedì 26 marzo 2012

Una lista di lacrime

Vi è mai capitato di trovare canzoni che vi facciano commuovere, addirittura piangere? Sicuramente. Non è accaduto anche a voi di non riuscire a cancellarle dall'IPod, dopo tutto? Possibile che rimangano così tanto impresse nella memoria, anche dopo che il tempo si è portato via gli eventi dolorosi e evocativi a cui sono legate? A questo proposito vi propongo una mia playlist privata di YouTube. Nel mio caso però la maggior parte di questi brani rispecchiano desideri repressi e irrealizzabili più che avvenimenti veri e propri. Una volta credevo nella favola di Cenerentola e della Bella Addormentata, ora le mie convinzioni stanno degenerando in illusioni stupide che mi ostino a tenere in piedi. E lo so che sono sogni che mi fanno soffrire e basta; credetemi, non faccio altro che rammendare cicatrici. Non è per piangermi addosso, è solo quello che provo. 
I sogni impossibili sono come queste canzoni; anche se a volte ti fanno stare malissimo, se ti fermi ad ascoltare bene, se svisceri ogni parola, se ne cogli le figure di significato e di suono, ti sembra di aver colto la suprema Bellezza, il puro e semplice motivo per cui resisti ancora. Infine ci crediamo ancora un po' tutti, ci serve. E quelli che hanno la mia età e affermano di non essere sognatori, non hanno capito niente. Non sono niente.

Chi riuscisse a mettere queste tracce nell'ordine corretto di importanza avrebbe le chiavi del mio cuore. Per questo motivo, oltre al fatto che non saprei ordinarli precisamente neppure io, al momento, ve le propongo in ordine alfabetico, neutrale. 

Always - Bon Jovi
Certe Notti - Luciano Ligabue
Cirano - Francesco Guccini
I don't want to miss a thing - Aerosmith
If it be your will - Leonard Cohen
It is you I have loved - Dana Clover
La solitudine - Laura Pausini
Mondo - Cesare Cremonini
My Heart will go on - Celine Dion
Sauver l'amour - Daniel Balavoine
That Particular Time - Alanis Morissette
When you're gone - Avril Lavigne
Your Song - Elton John

Escargot - Antonio Tabucchi

Le prof di italiano delle due I°Classico ci avevano assegnato, dopo "Fontamara" di Silone e "Un borghese piccolo, piccolo" di Cerami, "Sostiene Pereira" di Tabucchi. Ho tirato un sospiro di sollievo, sicura che almeno questo libro fosse bello, nel vero senso del termine(diciamo che gli altri due hanno fatto schifo a quaranta persone, compresi i ragazzi della B, che sono considerati i più normali...). Ma sapete, dopo aver assistito alla conferenza di Alessandro D'Avenia, le insegnanti non hanno potuto fare a meno di portare in classe i propri amori, anziché i propri umori (cit. -.-'')...
E poi che succede? Mia madre ieri mattina si gira sentendomi entrare in cucina e mi fa: «E' morto Tabucchi.» Io ho solo detto: «Cazzo.» Lo so, è una parola che mi piace parecchio. Mi serve per nascondere la delusione, l'amarezza. E' una delle tante maschere che ho. Esprime sufficienza, che in quel caso era assolutamente assente. Quella volta si trattava di pura desolazione.
Oggi ho iniziato a leggere "Sostiene Pereira": sembra una deposizione, e quel vecchio giornalista solo e triste e lardoso mi fa tenerezza, ma nei suoi primi gesti senza spiegazione percepisco una forza sottile e determinata. Chissà, vedrò se le mie supposizioni corrispondono al vero...
Quando oggi sono tornata per pranzo, mia madre me lo ha ripetuto, che è morto, quasi temessi che potessi averlo dimenticato così presto. Si è lamentata perché dice che al giornale radio non hanno detto quasi nulla sull'argomento(mia madre ascolta sempre la radio, sapete com'è, quando covi un odio profondo per la tivù...).
Ora vado ad ascoltarmi la puntata di Fahrenheit, sicuramente loro lo hanno tenuto in dovuta considerazione. Ad ogni modo oggi è la giornata della lentezza e, da brava chiocciola, intendo assaporare uno a uno quei venticinque, invitanti capitoli.

sabato 24 marzo 2012

Parlami d'amore

Ho un groppo alla gola; sono ansiosa, impaziente, disperata. Non riesco a scrivere. Ecco, l'ho detto; il mio più grande incubo. Non riuscire a riempire il foglio bianco, il vuoto. Il nulla. Fino all'altro ieri uno spazio inutilizzato e sgombro sarebbe stato per me un'ulteriore occasione per narrare una storia, infilarci dentro una morale dal sapore universalmente dolce, metterci un pezzetto di mio e renderla presentabile per gli insegnanti, i miei lettori, o chi che fosse. Sono sempre partita dal presupposto che ci fosse qualcuno dall'altra parte. Ho sempre confidato nel fatto di non essere da sola a parlare con me stesso. E' cambiato tutto. Vorrei esprimere le emozioni che provo, ma non ho il tempo di rifletterci su e di riordinarle, perché le sto vivendo adesso, in ogni istante. E quello che vorrei scrivere non è per i professori, non è per gli amici né tanto meno per voi. Scrivere per me, avete presente? Sarebbe qualcosa di esoterico, di segreto, di privato. Sono sempre riuscita a mettere giù qualcosa, su questo argomento, ma è stato a distanza di anni e non mi è rimasto dentro niente, perché il sentimento è svanito del tutto, in pratica. Avete fatto centro, sono andata a invischiarmi di nuovo in quella melma deliziosa e insieme insidiosa che viene comunemente chiamata Amore. Non dirò niente, a nessuno, questa volta. Non a lui, non a voi, non alle ragazze del Bruno Club. Forse mia madre lo ha intuito, ma sta zitta. Non riesco a parlarne, non saprei come spiegarlo, sul serio. L'Amore è contraddizione, per questo è così complicato discuterne, credo. E' abbondanza, perché da' tanto, ma allo stesso tempo chiede incessantemente. E' un esperienza meravigliosa, in fondo a un tunnel di sofferenze. Ma se fosse proprio questo il punto? Se il bello dell'Amore fosse la sua inspiegabilità? Sarebbe un sollievo, davvero!  
E' così diverso da come pensavo, è così vero questa volta! Mi rendo conto che quello che ho provato in passato per altre persone non valeva niente, in confronto a quello che sento ora. Vedete, qualcosa riesco a scrivere, ma non è niente di profondo, non è niente di mio, sono frasi scontate che si trovano nei baci perugina, nei consigli dei giornaletti per ragazze, non c'è poesia!
Consoliamoci con la definizione del "Dizionario del diavolo" di Ambrose Bierce, 1911.
Coraggio amici, ridete dei vostri problemi! (Pump Up The Volume)

AMORE: (s.) Demenza temporanea curabile con il matrimonio o allontanando l'ammalato dalle influenze sotto le quali ha contratto il male. Questo disturbo, come le carie e molte altre infermità, è diffuso solo tra i popoli civili che vivono in condizioni artificiali; i popoli barbari che respirano aria pura e si nutrono di cibi semplici sono immuni alle sue stragi. Talvolta è fatale, ma più spesso per i medici che per il paziente. 
Oppure, è preferisco questa... Parola inventata dai poeti per far rima con cuore.

giovedì 22 marzo 2012

Prime esperienze letterarie - Tonino Guerra

Tocca purtroppo commemorare la morte del grande Tonino Guerra, avvenuta ieri mattina intorno alle 8:30 a Rimini. Al fine di ricordarlo come merita, desidero raccontare un buffo episodio che coinvolse la sottoscritta e un'opera celeberrima che Guerra scrisse insieme a Luigi Malerba: Storie dell'anno mille.
Ma iniziamo dal principio... Erano passati a malapena tre anni dal mio ritorno trionfale da quella regione fredda e popolata da raffinatissimi individui comunemente denominata Francia. Dopo cinque anni trascorsi a svolgere compiti arretrati ammirando la luminosa punta rotante della Tour Eiffel, in seconda media mi accingevo a consegnare il mio primo manoscritto alla prof. di italiano, quando quella di storia e geografia ci appioppò un compito per le vacanze natalizie: leggere il sopracitato romanzo. Conosciuta la passione di un mio parente concittadino per la letteratura, chiesi a costui se ne possedesse una copia. Egli mi accontentò volentieri. E' d'obbligo precisare che all'epoca non avevo letto molti libri, e la mia biblioteca consisteva unicamente in un modesto numero di romanzi del mio amatissimo Roald Dahl e in un'edizione in lingua francese di "Harry Potter e la Pietra Filosofale" che, ci tengo a precisare, non ho mai iniziata. Ma, nonostante la mia mediocre famigliarità con quei parallelepipedi cartacei, ne avevo sempre avuto immensa cura; infatti, la mania di sottolineare le mie letture mi è stata tramandata, inutile dirlo, dalla mia grushenka appena nove mesi fa.
La lettura fu infinitamente veloce, divertente e ispiratrice di sogni sadici e ridicoli allo stesso tempo. Mancavano alcuni giorni alla discussione in classe riguardo al libro letto, e io l'avevo già finito da un pezzo. Fatto sta che inizia a scarabocchiarci sopra a biro: sì, proprio così, ci ho fatto un casino di ghirigori sopra, e me ne vergogno tanto. Anche perché solo dopo aver terminato con le mie decorazioni mi sono resa conto di ciò che avevo combinato. E, cosa ancor più grave, che il libro non era mio. Cazzo, ho pensato, cazzo cazzo cazzo cazzo, ecc., ora che fare?(ultima frase di Fontamara, un libro che non consiglio a nessuno, almeno che non vogliate porre fine alla vostra esistenza). Successivamente, conoscendo bene l'indole della persona che mi aveva prestato il libro, ho realizzato che la faccenda era ancora più scottante. Mia madre quella volta mi parò il culo in una maniera impressionante, andò a parlare con l'intestatario dell'opera, che stranamente se la riprese, probabilmente per non dimenticare. Non avevo niente contro l'opera di Guerra e Malerba, anzi ne ero entusiasta, ma credo che questo aneddoto sia stato determinato dal prossimo sbocciare di un certo attrito tra la sottoscritta e il proprietario di quel che restava di "Storie dell'anno mille". Ora ho una bella edizione - è vecchiotta e ingiallita ma ci sono affezionata - di quello che è stato il racconto che mi ha aperto la strada all'amore per la lettura e la letteratura. E ultimamente all'attrito si sta sostituendo una diffidente stima, che però crolla spesso e che non ho nessuna voglia di rimettere in sesto.

mercoledì 21 marzo 2012

Camargue(Visione)

Oggi non è solo il primo giorno di quella stagione ventosa e soleggiata(la mia preferita), in cui nasce l'erbetta fresca e ci si spoglia dei maglioni come le cipolle delle loro pelli; oggi è anche la giornata mondiale della poesia, se non vado errando. Cosa posso fare se non lasciare un mio piccolo, personale contributo? 
Buona lettura. 


Il sangue profuma,
profuma la palude,
sa di lavanda perfino
il manto dei puledri,
macchiato di verde.
Appaiono solitarie candide
piume, mutevoli sotto il sole
d'oriente; antiche balie
che sorvolano rosei cugini immobili
e zoppi. Non c'è odore nell'aria
che parli di loro, poveri!
Qui i monti son di sale,
di Dioniso il nettare cresce sul mare,
così l'aroma intorno si perde e rimane...

Un zingara di rosso vestita
improvvisa sgomenta una ballata;
nera la madonna¹ la guarda:
com'è impacciata!
Eppure finalmente alla brughiera
si volge ammirata la gitana,
e il vento coglie un dolce:
«Grazie Sara¹».

¹ Sara la nera, Patrona dei Rom, spesso confusa con la Vergine Nera, è una manifestazione sincretistica e cristianizzata della dea indiana Kali della creazione, della malattia e della morte, poiché i primi gitani ad arrivare in Francia si ritengono di origine indiana. Arrivò a Saintes-Maries-de-la-Mer come serva di Maria Salomè, insieme anche a Maria Iosé e alla Maddalena. La sua festa viene celebrata il 24 maggio.

martedì 20 marzo 2012

L'iguana - Variazione sul mito della caverna di Platone

Il racconto che segue è un compito assegnato dalla prof. di filo, data di consegna ieri, restituita agli alunni oggi. Il commento dell'insegnante è stato: «Lei è stata bravissima, ma l'ha scritto proprio tutto da sola? Ora ce lo legge poi, vero?». Siccome mi vergogno troppo a leggere qualcosa scritto di mio pugno davanti a una qualsiasi forma di vita, e sono troppo timida anche per sopportare una lettura pubblica fatta da qualcun altro qualora la sottoscritta sia presente, lascio giudicare a voi, miei affezionatissimi followers (siete tre... Perché siete tre?!? Devo assolutamente iscrivermi a FriendFeed!!). Buona lettura, aspetto le vostre valutazioni.
Alla prossima, piccola scrittrice (ogni riferimento a fatti o persone reali e puramente voluto).

L'iguana
la rivoluzione è un processo perpetuo insito nello spirito umano (Abbie Hoffman).
Anno 2029.
Un uomo si trova in una stanza davanti a un grande schermo.
L'uomo, seduto su una grande poltrona, è rivolto totalmente verso lo schermo e non si muove da lì. Accanto, una riserva di cibo e bevande. Non abbisogna d'altro.
La stanza non ha finestre.
In mano tiene un uovo di medie dimensioni, bianco e liscio.
Incessantemente, immagini e suoni provengono dal grande schermo; l'uomo guarda, osserva, fa suo quell'universo.
Giorno e notte; per settimane, mesi, anni. Nella stanza non c'è senso del tempo, non ci sono orologi, né segni del passare delle stagioni. Il lungo, incessante scorrere di immagini e suoni rappresenta il continuum invariato e invariabile di senso dell'uomo.
Poi, un giorno, l'uovo inizia pian piano a schiudersi. L'uomo, che lo ha tenuto inconsciamente al caldo per tutto quel tempo, distoglie lo sguardo dallo schermo e vede nascere una piccola iguana verde. La creaturina si toglie di dosso i pezzetti di guscio e lo guarda affettuosamente; nei suoi occhi di zaffiro l'uomo intravede un po' di cacao. L'uomo ha inizialmente paura, non ha mai tenuto in mano un rettile, lo ha solo visto da quella grande finestra che gli sta di fronte, una volta o due. Così vicino però gli sembra ancor più bello. E' qualcosa nella sua testa a farglielo pensare. Quel qualcosa gli dice che va tutto bene; non ha mai sentito quella voce, ma è tranquillizzante. Esitante accarezza con un dito la testolina squamosa. L'iguana gli fa l'occhiolino, prende un bel respiro gonfiando le guance come una rana e inizia a scalare il pullover dell'uomo; punta le unghie affilate, e finisce per accoccolarglisi sulla spalla. L'uomo gira la testa per vedere cosa fa; il collo gli fa male, non lo ha mai mosso, non c'era niente da vedere se non le immagini del grande schermo. Incredibile ma vero, il rettile si mette a parlare: «Guarda il video, guarda in alto a sinistra».
La finestra multicolore è talmente ampia che l'uomo non si è mai soffermato a guardarne i contorni, ha passato la vita a guardarne le figure centrali, quelle più colorate, quelle che attraevano maggiormente la sua attenzione. Dietro agli uomini che discutono, la scenografia è ancora più bella, variegata e sconvolgente: cieli di un azzurro terso, praterie incontaminate, abissi senza fine, strani corpi fluttuanti in un'indefinita pece nera. Lo sfondo delle scene che gli hanno fino a quel momento riempito gli occhi è straordinario, ma quello che l'iguana gli ha fatto osservare ora è ancora più inspiegabile; un orologio digitale lampeggia in un vertiginoso conto alla rovescia. I secondi volano come se niente fosse, mentre l'uomo prende atto della situazione. Se c'era una cosa, infatti, che aveva imparato da tutti quegli anni di video, era che il tempo è denaro: lo ripetevano di continuo i generali e i sottufficiali che impartivano ordini, attraverso la grande finestra. L'uomo torna a guardare il piccolo rettile, come implorando risposte.
«Devi affrettarti, non rimane molto tempo. Voltati, vedi quella debole luce?», dice l'iguana sibilando.
C'è effettivamente una fenditura luminosa nell'oscurità della sala, ma l'uomo non se n'era mai accorto, non si era mai voltato. E' un uscio, senza cardini.
«Puoi uscire quando vuoi», gli dice improvvisamente una flebile voce nel cervello. E' quella di prima, che di nuovo lo rassicura.
L'uomo è ancora confuso, non sa cosa pensare, ma quella voce guida i suoi movimenti, portandolo lontano dallo schermo.
«Da' un'occhiata in giro», fa l'iguana, sempre sulla sua spalla. Una sensazione di curiosità accompagna quell'invito. Fuori dalla porta c'è un viale di cemento grigio. L'uomo può andare o a destra o a sinistra, se andasse dritto cadrebbe giù, e non si vede il fondo di quell'abisso.
Aspetta. Le lancette corrono.
«Nessuno ti darà ordini, qui», l'uomo non capisce bene se a parlare è stata la voce che ha nella testa o l'iguana sulla sua spalla. L'uomo vorrebbe tirare una moneta per decidere da che parte dirigersi, ma sa che non c'è più tempo. Va a sinistra. Altre porte senza cardini, altre poltrone, montagne e montagne di viveri. Entra, osserva; quello che vede ora è molto più accattivante di quello che era costretto a vedere prima. Gente come lui, un mucchio di gente come lui. Anche per loro l'orologio enumera ogni attimo. Uomini, ma anche donne. I maschi sono alienati da battaglie, decaloghi di armi, discorsi pomposi sulla gloria e uniformi che sfilano; le donne da corsi di economia domestica, di cucito e documentari sul giardinaggio.
Occhi che non sono i suoi percepiscono figure che la sua mente, o la voce nella sua mente, riesce a decifrare. Sua madre che piange in una cucina spoglia, suo padre che gli accarezza il viso di lui bambino, e gli porge l'uovo. Generali in uniforme picchiano suo padre, e lui guarda, e si sente piovere sulla faccia. L'uomo scuote la testa, ma capisce che ha veramente gli occhi bagnati. La voce che ha nella testa sta andando in iperventilazione, prova lo sconosciuto impulso di correre. Il cammino di cemento sembra infinito. Sopra ad ogni porta che una data; stesso mese e stesso anno, a volte cambia solo il giorno.
Chissà in che giorno sono nato io?, pensa. Ora la voce tace, o perlomeno non gli sembra più tanto estranea. Appaiono delle scale, poi altre stanze, altre date, mesi diversi. L'uomo si blocca improvvisamente, corre verso il parapetto. A perdita d'occhio si estense una landa brulla, disseminata di casermoni grigi, tristi. Risuonano lamenti e echi di spari: l'uomo ci è abituato, ma soffre.
Braccia forti lo sollevano, velocemente lo trascinano di nuovo al buio. Due uomini in uniforme trafficano in mezzo a un mucchio di scartoffie; ormai l'uomo capisce tutto da sé, e prova un indefinibile sollievo.
«Gordon, come sei uscito?» lo apostrofa improvvisamente uno dei soldati. Ha il tono dei generali sullo schermo, ma l'uomo non risponde. La presenza di quelle persone lo irrita. L'uomo che gli ha fatto la domanda si avvicina e gli molla un ceffone, ma lui non può muoversi perché ammanettato.
«Sta' calmo», gli uomini armati non sembrano essersi accorti della piccola iguana. Ad ogni modo lo sapeva anche lui che doveva assecondarli. Altrimenti lo avrebbero ucciso e poi...
«Quanto manca alla conclusione del programma 2002?», chiede il soldato che lo aveva malmenato.
Io sono nato nel 2002”, pensò Gordon.
«Appena tre ore», risponde l'altro, controllando l'orologio da polso.
«Chiudilo nei sotterranei, tra tre ore ci occuperemo di lui», dice il primo soldato spingendo Gordon verso il collega.
I sotterranei sono un posto ancora più umido e oscuro delle stanze con gli schermi. Non c'è nessun rumore, non si distingue nulla, ma a Gordon questo non importa. Aspetta, non può fare altro. All'improvviso una voce mai udita prima lo chiama. Non è proprio una voce nuova, in fin dei conti. Una donna della sua età gli si avvicina a gattoni, indossa il suo stesso pullover verde, gli stessi pantaloni scoloriti. Parlano per un po'. Gordon deve aver parlato inconsapevolmente, perché Laura l'ha riconosciuto dalla voce. Laura dice che giocavano insieme, da piccoli. Soprattutto, Laura lo chiama Bill; dice che Gordon è il suo cognome. Lui capisce, ne è felice. Immagini sfuocate si rincorrono nella sua mente intorpidita: le trecce bionde di una bimba con le lentiggini, proprio come quella che ha di fronte, e un pallone da calcio. I due si stringono in un lungo abbraccio. Bill vorrebbe porle un'infinità di domande, ma capisce che c'è poco tempo. Tre ore, aveva detto il soldato.
«C'è una botola, la vedi?», dice Laura.
Senza nemmeno pensarci, Bill scambia un'occhiata d'intesa con il piccolo rettile che ancora lo accompagna. L'iguana si arrampica con destrezza attraverso una fenditura nel legno e inizia a rosicchiarlo intorno alla serratura. Non ci vuole molto prima che riescano a liberarsi. Laura sa perfettamente dove andare. Salgono una decina di rampe di scale ripidissime. Finalmente arrivano a quello che sembra essere l'ultimo piano dell'edificio pieno di schermi. I due soldati sono dentro a una grande sala piena di cavi elettrici. Un grosso bottone rosso contrassegnato da del nastro adesivo nero e giallo è stato incoscientemente sistemato ad altezza d'uomo. A quello i due fanno la guardia.
Quando gli uomini in uniforme li scorgono sulla soglia, puntano verso di loro le armi e gridano:
«Gordon, non un altro passo». Potrebbero essere convincenti, ma la paura divora i loro lineamenti. Bill sa che ora possono vedere l'iguana, e ne hanno terrore. Il piccolo rettile sta per dargli un altro prezioso consiglio. Quelli sparano, la loro mira è talmente precisa che potrebbero far fuori la bestiola senza sfiorare Bill. Invece i proiettili non scalfiscono minimamente la sua corazza.
«Tu ti sei salvato in tempo, ora devi salvare loro».
Finalmente Bill ha chiaro cosa occorre fare. La calma e la determinazione dei suoi passi gettano ancor più i soldati nell'angoscia.
«Gordon, fermati!», urlano.
«Il mio nome è Bill», fa lui, tra i denti.
Una pallottola sibila nell'aria immobile e gli frantuma la scapola sinistra. Cadendo, Bill riesce a premere il bottone. Non ne è completamente certo, ma sente delle sirene, il gomito gli sanguina e ci sono vetri a terra. Laura è al suo fianco e gli stringe la mano. Ci sono gioia e disperazione insieme sul suo volto. I due soldati non si curano più di loro, sono completamente in preda al panico. Bill accosta l'orecchio al pavimento freddo; si odono passi scroscianti, incontrollati, discordanti tra loro. Bill chiude gli occhi: perlomeno non si tratta di una parata militare, pensa. Non vede più l'iguana, è come se non fosse mai esistita. Eppure Bill la percepisce dentro di sé, negli occhi di Laura, nelle centinaia di piedi che così velocemente si erano staccati dallo schermo.
Perché una rivoluzione maturi occorrono anni di ingiustizie, di menzogne e di privazioni, tanto tempo quanto occorre a un'iguana parlante per venire al mondo.

venerdì 16 marzo 2012

Gli Osci

Il suo odore, la si può assaggiare, l'oscenità è nell'aria, è dovunque. Corre attraverso le vecchie tubature là fuori, penetra nel cemento come un fiume silenzioso e viene su dalle fogne delle bellissime case in cui viviamo, nessuna esclusa...
Recita così una delle prime battute di Christian Slater in "Pump Up the Volume".
Oggi ho assistito, per usare le parole che certamente frullavano in testa ad alcune ragazze che stavano con me in corriera, a una commedia oscena(aggettivo di matrice romana, derivante dalla popolazione campana degli Osci, considerati impudici dai grandi Romani).
Un tipo che vedo tutte le volte sulla corriera doppia, penso faccia il Motti, prima si è messo dei boxer in testa e poi ha gonfiato un profilattico e gli ha messo i boxer. E' stato esilarante, c'era B., un mio compagno di classe, schifato che faceva delle smorfie tremende. Il tipo lo sfotteva, continuava a ripetere: «Ma non ti fa niente, non morde mica». C'era una puzza di lubrificante a base siliconica da vomito. Ma io ridevo come una scema, mi sono divertita un sacco! Due tipi di fianco a me - non metto i nomi perché per tutto il tragitto ho fatto finta di non conoscerli - leggevano gli annunci delle massaggiatrici sul "Resto del Carlino". C'era un gruppetto di gente del liceo vicino alla porta in fondo che guardava dalla nostra parte schifata. Il tizio un paio di volte ha tentato di lanciare il "palloncino" verso il muso del autobus, ma la gente urlava come se portasse la peste. Avrei voluto dirglielo a quel tipo che è stato un genio. Diceva un sacco di cazzate immani, condite con battutine allusive tipicamente maschili, ha pronunciato un elogio alla figa e ha narrato le avventure straordinarie del dirigibile mutandato che viaggia incessantemente in cerca della propria vagina. Ahah che bellezza, solo nei film si vedono situazioni del genere. Sì, questo post non ha una morale, non è intelligente come la Teoria dei Puffi contemplata in "Donnie Darko", è solo un esempio di come è bello essere degli spensierati sedicenni, pieni di inventiva, senza peli sulla lingua... Siete voi adulti con la vostra morale ad aver coniato la parola oscenità.
Quando il gatto non c'è, i topi ballano.
by adolescente di lingua osca, pervenuta per sbaglio a Roma.

giovedì 15 marzo 2012

La Verità è un Virus

Quante "V", si vede proprio che mercoledì ho guardato V per Vendetta!! Ahah che battuta del cazzo, ma cercavo di rompere il ghiaccio...
La verità è un groppo che ti attanaglia la gola, che non vede l'ora di uscire. I tuoi amici ti vedono strano e fanno: «Sfogati, sono qui, sfogati». I professori dicono ai tuoi durante il colloquio: «Sua figlia è stressata, ha bisogno di uno sfogo». Dire la verità può essere uno sfogo eccellente, solo che poi ti senti di merda. E' come la vendetta, sul momento ti senti libero da un macigno, poi soffri e chiedi scusa, se puoi. Ma è possibile, sentirsi in colpa per aver detto il vero? Non è proprio un senso di colpa, è più che altro la delusione di aver trovato un muro di cazzate e di risate a controbattere. Secondo me non ci ha nemmeno pensato, sapeva quello che stavo per dire, ha avuto il tempo di prepararsi. Non è giusto! Pensavo che mi venisse risposto: «E' vero». Invece ho ricevuto una breve presa per il culo, non un vero «Che cazzo dici», ma una minimizzazione, che è peggio.
E' difficile accettare la realtà, fa male. Vorresti fare cose che sai bene non riuscire a fare, raggiungere obbiettivi senza speranza. Se non è colpa tua, se non hai i mezzi per arrivarci, ma cazzo molla l'osso!! Che senso ha innamorarsi degli ostacoli che ti trovi sulla strada? Gli Ostacoli. Ci stiamo male tutti, perché tutti siamo costretti a fare finta di niente, a volte, a mentire. Stamattina non ce l'ho fatta più, e ho detto quello che pensavo. Ora so che non gliene importa niente di niente. A nessuno. Ma infondo dai, hanno ragione, nessuno aveva chiesto la mia opinione. Ma la vita non è un talk show, porca troia, non c'è un moderatore, e nessun giornalista ti darà mai la parola. Se dovessi basarmi sulla fastidiosissima esclamazione di alcuni stronzi: «Ma chi te l'ha chiesto?!», questo blog non esisterebbe. "Noi svendiamo la nostra onestà molto facilmente, ma in realtà è l'unica cosa che abbiamo. E' il nostro ultimo piccolo spazio. All'interno di quel centimetro siamo liberi", scrive Valery nella lettera che Evey trova infondo al buco del topo, in V per Vendetta.
E poi c'è anche "Pump Up The Volume", dove Happy Harry Hard-On dice che la verità è un virus, capace si uccidere i buoni propositi e sostituirsi a loro.
Ma se fosse la verità la cosa buona? Se fosse diventata un virus attraverso le alchimie della società, che tenta di darci delle norme per vivere insieme. Possibile che essere diverso, avere dei problemi sia un problema? Che nessuno ne voglia sapere niente? Sì, purtroppo. Perché la verità è multipla, e spezzettata, razionata, smembrata in tante parti quanti sono gli uomini, per citare Socrate. Ognuno ha la sua, forse alcuni più d'una. Per quella Verità pensavo fosse giunto il tempo. A quanto pare mi sbagliavo, non siamo ancora pronti. E' immensamente più facile diventare un'enorme palla di merda che ricopre magari qualcosa di insolito, di meraviglioso solo per avere un attimo di gloria che finirà per sciogliersi nel biasimo più totale.
Fa comodo: io la chiamo ipocrisia.

Firmato,
sedicenne che ha ancora tante cosa da dire, anche se nessuno gliele ha domandate.

lunedì 12 marzo 2012

Il figliol prodigo - Andrè Gide

Variazioni su un testo precedente, la nostra prof. di filo si è fissata su questo. Bé, questa novella del premio Nobel Andrè Gide, scrittore vissuto a cavallo tra '800 e '900, ne è un esempio magistrale. Un ragionamento preciso e affascinante, una metafora riguardo la Chiesa che mi ha fatto venire quel mezzo sorriso, quella particolare contrazione facciale che colpisce i sorpresi, gli ascoltatori attenti, i cuori ribelli che trovano la loro voce all'improvviso. Quel ghigno raro, con cui vorresti dire: «E' proprio così, hai ragione!». E' l'espressione di chi aspetta che una mente più perfetta della propria rappresenti in bella calligrafia quello che le sue viscere contorte non sanno definire. Una smorfia di piacere che ti fa capire che hai trovato quello che stavi cercando.